Stallo o ulteriore mobilitazione russa in Ucraina?

14/05/2022

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Secondo gli analisti militari, la Russia non è in grado di proseguire la guerra in Ucraina se non provvede rinforzi di uomini e di attrezzature. Occorre cioè una ‘escalation’, un incremento significativo di impegno, che richiede una forte coesione interna per affrontare il peso di altre perdite sia di persone che di ricchezza.

Ora il governo di Putin ha tre opzioni:

  1. potenziare al massimo lo sforzo bellico per vincere, con il rischio di indebolire la Russia senza riuscire a vincere una guerra che non è in difesa del territorio russo, ma è un’aggressione a un paese terzo;
  2. reclutare e inviare il minimo di rinforzi, pur con dispiego di grande determinazione, dichiarando la mobilitazione delle riserve soltanto delle regioni russe che confinano con l’Ucraina, e avviare davvero trattative serie per un cessate il fuoco, purché a condizioni che possano essere presentate sul fronte interno come una vittoria;
  3. avviare subito trattative accontentandosi della Crimea e del Donbass, che già controllava prima della guerra.

L’ultima opzione apparirebbe una resa e sarebbe anche una disfatta politica interna; la prima è estremamente rischiosa anche sul piano militare. È probabile che Putin scelga la seconda, soprattutto se il fronte dei paesi che sostengono l’Ucraina, pur senza partecipare direttamente alla guerra, rimane solidamente compatto.

 

Il governo russo deve anche sorvegliare la situazione nei paesi dell’Asia Centrale, le cui economie e i cui sistemi difensivi sono strettamente connessi a quelli russi. La tabella a fianco indica in che percentuale l’interscambio di questi paesi dipende dalla Russia. Si aggiunga che le rimesse in rubli dei migranti che vivono e lavorano in Russia rappresenta per questi paesi una percentuale importante del PIL.

Per i Russi il controllo dell’Asia Centrale è di importanza vitale, ma per i paesi dell’Asia Centrale questa dipendenza appare sempre più rischiosa quanto più la guerra in Ucraina si protrae e quanto più severamente le sanzioni impattano sugli scambi in rubli e sulle importazioni ed esportazioni con il resto del mondo. I governi dell’Asia Centrale hanno ufficialmente adottato una politica di rigorosa neutralità e di rispetto del diritto internazionale. Pur dipendendo dalla Russia, non hanno riconosciuto né l’indipedenza dall’Ucraina delle repubbliche di Luhansk and Donetsk, né quella dell’Abkhazia e dell’Ossezia dalla Georgia, né l’annessione della Crimea alla Russia. Le banche centrali dei paesi dell’Asia Centrale operano per difendere il valore del rublo, dato che la maggioranza dei loro scambi è denominata in rubli, ma hanno rifiutato la richiesta russa di incassare e distribuire in rubli i dazi sulle importazioni da altri paesi del mondo.

Più la guerra in Ucraina si prolunga senza successo, più i paesi dell’Asia Centrale avvertono la necessità di rendersi indipendenti dalla Russia. Anche di questo deve tener conto Putin.

 

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