Come sta cambiando l’economia globale?

18/02/2022

La pandemia di COVID-19 ha accelerato alcune tendenze già in atto, ma il cambiamento del nostro modello di sviluppo è iniziato con la crisi finanziaria globale del 2008, che ha ribaltato l’ordine economico dominato dagli Stati Uniti, stabilito a Bretton Woods dopo la Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti sono ancora il paese egemone, ma il mondo sta decisamente diventando multipolare. Altre nazioni, istituzioni finanziarie e società hanno assunto un ruolo molto importante nella gestione dell’economia globale.

I mercati finanziari si sono sviluppati così rapidamente e in modo così indipendente che né gli Stati Uniti né nessun altro stato potrebbero controllarli come nel XX secolo. Il trading sul cosiddetto mercato secondario – dove i diritti sui beni e le garanzie sulle transazioni venivano comprati e venduti come se fossero merci stesse – era diventato così fluido e così astratto da creare la bolla scoppiata nel 2008. I cittadini di tutto il mondo persero fiducia nelle istituzioni finanziarie e nei governi che pretendono di proteggerle.

Ritornò così il nazionalismo sia politico che economico e si avviò la ricerca di sistemi alternativi che operassero parallelamente a quelli consolidati. Si pensi alle criptovalute, la cui sostenibilità è ancora tutt’altro che provata, ma che rivelano la perdita di fiducia nelle istituzioni tradizionali.

Oggi la pandemia ha anche interrotto le catene di approvvigionamento, aggravando gli ostacoli al commercio e la sfiducia nella possibilità dei governi di garantire un ambiente di sviluppo sicuro. I leader del mondo debbono escogitare un mix di politiche adeguato, partendo dal rafforzamento dell’economia interna. Il nodo principale è l’inflazione. Governi e istituzioni finanziarie tendono a considerare congiunturale, cioè occasionale e transitoria, l’attuale impennata di prezzi. Ritengono non si debbano aumentare i tassi per contenere i flussi di denaro in circolazione, tendono anzi a stimolare l’economia con bonus fiscali ed erogazioni liberali di fondi. Le aziende considerano invece l’inflazione inarrestabile nel breve e anche nel medio termine, e si comportano di conseguenza. Le due politiche sono opposte l’una all’altra. Se non troveranno presto un punto di conciliazione, la conseguenza sarà un’inflazione galoppante che spaventerà molto i cittadini, innescando un effetto domino in cui potrebbe crescere ancora il nazionalismo politico ed economico.

Le autorità centrali sono sfidate dalla popolazione praticamente su tutto, dalle campagne di vaccinazione alle misure di blocco. La pandemia ha creato una sfida ambientale, resistenza e scetticismo. Ecco perché gli stati si sentono obbligati a fornire un senso di protezione o, in alcuni casi, protezionismo.

Nei giorni della globalizzazione inarrestabile degli anni ’90, più un paese era in grado di controllare i flussi di investimento, più facile era costruire anche legami politici con vari paesi e regioni. La Cina, ad esempio, ha utilizzato questa strategia con grande efficacia in Africa e in Europa. Ma poiché la globalizzazione si sta attenuando ed entriamo in un’era di deglobalizzazione, i paesi devono prima imparare a comprendere meglio i loro mercati interni e poi, sulla base delle loro specifiche esigenze interne, perseguire i propri interessi a livello internazionale.

La Cina lo ha capito e controlla il proprio mercato interno meglio della maggior parte degli altri paesi, avendo un’economia centralizzata. Non ha mostrato fretta di riaprire porti strategici come Tianjin, dove le misure sono terminate la scorsa settimana, e Ningbo, dove le misure sono ancora in vigore, e ha anche segnalato che potrebbe vietare le esportazioni di energia e risorse minerarie chiave. A novembre ha interrotto le esportazioni di urea, creando un’interruzione della catena di approvvigionamento globale. Lo ha fatto per garantire il suo mercato interno, in particolare l’industria dei semiconduttori, che è la chiave per mantenere la leva economica a livello internazionale.

Lo stesso fa la Russia, se può permetterselo. Gli alti prezzi del petrolio e del gas di solito coincidono con gli interventi militari della Russia all’estero, come in Afghanistan nel 1979-1980 e in Georgia nel 2008, entrambi finanziati con l’incremento del gettito proveniente dalla vendita di energia. Se l’Occidente riuscirà a non far crescere ulteriormente i prezzi del gas sul mercato internazionale, l’Ucraina probabilmente scamperà a una nuova operazione militare russa.

Mentre i paesi navigano nella nuova economia globale, cercando di mantenere la fiducia dei cittadini e perseguire i propri interessi all’estero, ai governanti occorre una comprensione più solida dei mercati finanziari. Le autorità centrali hanno l’impegnativo compito di monitorare praticamente tutta l’attività di mercato. Nell’attuale sistema finanziario, dove il mercato supera le politiche e i loro effetti, è un compito molto più difficile del solito.

Sono in atto cambiamenti nelle strategie dei governi per la gestione dei mercati finanziari e delle materie prime. Ciò si tradurrà probabilmente in misure protezionistiche, ma poiché le catene di approvvigionamento sono fittamente integrate e digitalizzate, il protezionismo sarà probabilmente coordinato almeno a livello regionale. Nel frattempo dovremo tutti convivere con l’incertezza.

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