L’iperflessibile politica degli Emirati Arabi Uniti

31/01/2022

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Gli Emirati Arabi Uniti si sono formati con l’aiuto degli Inglesi nel 1971, ma da quando il Regno Unito ha cessato di essere una grande potenza mondiale Abu Dhabi si è rivolta agli Stati Uniti per protezione e affiliazione politica. Per quasi due decenni hanno enfatizzato le relazioni con gli USA, al punto che molti politici a Washington consideravano Abu Dhabi l’alleato arabo più affidabile, citando il suo incrollabile sostegno alla guerra al terrorismo. I media statunitensi hanno contribuito a costruire un’immagine più che positiva degli Emirati lodando il suo ambasciatore come l’uomo più affascinante di Washington. La rivista Time lo ha inserito tra le 100 persone più influenti del 2020. Tuttavia le relazioni tra gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti oggi non sono molto salde. In effetti, i due paesi si stanno allontanando.

Il presidente Donald Trump aveva accettato di vendere 50 jet F-35 e 18 droni ad Abu Dhabi, ma l’amministrazione Biden lo scorso aprile ha richiesto agli Emirati l’impegno previo a rispettare obblighi specifici sull’impiego di jet e droni. Abu Dhabi ha ritenuto inaccettabili le precondizioni e l’accordo è ora sospeso.

Gli Stati Uniti si sono opposti agli stretti legami economici degli Emirati Arabi Uniti con la Cina, soprattutto a quelli legati alla Belt and Road Initiative e all’adozione della tecnologia 5G di Huawei. L’amministrazione Biden ha sollevato anche altre questioni con il principe ereditario Mohammed bin Zayed: lo scarso rispetto dei diritti umani negli Emirati, la collaborazione con i mercenari russi del gruppo Wagner in Libia e la normalizzazione dei rapporti con Assad in Siria.

Il Congresso degli Stati Uniti ha chiesto di riesaminare l’accordo sulle armi per gli Emirati Arabi Uniti, preoccupato per il ruolo emiratino in Yemen. La politica degli Emirati nello Yemen è diretta alla spartizione del paese. A tale scopo gli Emirati hanno assassinato almeno 100 membri dell’esercito nazionale yemenita, hanno assunto una società di sicurezza statunitense per assassinare 23 membri del partito Al-Islah dello Yemen, per lo più predicatori religiosi associati ai Fratelli musulmani. Gruppi per i diritti umani accusano gli Emirati Arabi Uniti di amministrare prigioni segrete ad Aden in stretto coordinamento con il movimento separatista dello Yemen meridionale.

Abu Dhabi persegue una politica estera del tutto opportunistica. Ha dato l’accesso alla base aerea di Al Dhafra e una base navale nel Golfo di Oman agli USA. Anche i Francesi hanno aperto ad Abu Dhabi la base militare Camp de la Paix nel 2009. Anche l’Italia aveva una propria presenza negli Emirati fino a pochi mesi fa, ma ha dovuto ritirare i jet e il personale militare su richiesta di Abu Dhabi, dopo aver rifiutato di fornire agli Emirati materiale militare.

Abu Dhabi ha sostenuto il colpo di stato che ha rovesciato il presidente Mohamed Morsi nel 2013 in Egitto, per allontanare la minaccia della Fratellanza al Cairo, ma poi ha interrotto gli aiuti finanziari all’Egitto, né lo ha sostenuto nella contesa con l’Etiopia per la Grande Diga sul Nilo. Ha poi escluso il Cairo dai negoziati con Israele.

L’Iniziativa Belt and Road renderà gli Emirati Arabi Uniti la porta d’ingresso per le esportazioni cinesi in Medio Oriente, Africa e forse anche in Europa. Il forte incremento del commercio degli Emirati con Cina e India coincide con l’uscita degli Stati Uniti dal Medio Oriente. L’anno scorso il commercio tra Emirati e India ha superato i 59 miliardi di dollari, quello tra Emirati e Cina i 50 miliardi di dollari. Nel 2003 Abu Dhabi e Nuova Delhi hanno firmato un accordo per coordinare le iniziative di sicurezza nella regione del Golfo e nell’Oceano Indiano e nel 2015 hanno firmato un accordo di partnership strategica. Il trattato di pace degli Emirati con Israele, firmato durante l’ultimo mese della presidenza Trump, corona 15 anni di cooperazione informale.

Gli Emirati vogliono garantirsi un futuro economico di assoluto rilievo e vogliono accordi di sicurezza con i paesi che contano nella regione, e gli Stati Uniti non occupano più un posto di rilievo nella visione strategica di Abu Dhabi.

Gli Emirati non hanno condannato la detenzione da parte della Cina di 1 milione di musulmani uiguri nello Xinjiang. Anzi! All’incontro dell’Organizzazione per la cooperazione islamica del 2019 ad Abu Dhabi i partecipanti – influenzati dal principe ereditario Mohammed bin Zayed – hanno ringraziato la Cina per “aver prestato assistenza ai suoi cittadini musulmani”. Con stupore del Pakistan, gli Emirati hanno rifiutato di criticare l’India per la sua politica in Kashmir, definendola una questione interna.

Nel 2015 gli Emirati hanno partecipato all’operazione Firmness Storm guidata dai Sauditi contro gli Houthi dello Yemen. Pochi anni dopo, Abu Dhabi ha cambiato bandiera, sostenendo invece il movimento irredentista dello Yemen meridionale per controllare la strategica isola di Socotra e il Bab el-Mandeb. Così nel 2019 l’aviazione degli Emirati ha mitragliato le forze yemenite sostenute dai Sauditi nel sud. Recentemente ha annunciato l’intenzione di ritirare le truppe dallo Yemen del sud, invocando il rispetto dell’accordo di Stoccolma.

Le società tribali del Golfo condividono una storia di profonda sfiducia reciproca. Hanno a lungo subito l’invasione e il controllo da parte di potenze straniere più forti − portoghesi, ottomani, persiani e britannici − e hanno dovuto gestire i loro affari interni sotto la pressione di quelle potenze. I sette Emirati degli EAU si combatterono sempre tra loro nel corso del XIX secolo, ma si affidarono alla protezione britannica. Infine Londra normalizzò le relazioni regionali nel 1952. Alla fine degli anni ’70 gli Emirati temevano sia l’ascesa della rivoluzione islamica iraniana sia il tentativo dell’Iraq baathista di farsi egemone della politica araba. Però la minaccia esterna di lunga durata venne loro dal XVIII secolo in poi dalla crescita dell’ambizioso stato saudita. Le tensioni non sono cessate nemmeno dopo la costituzione del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Il conflitto di fondo fra Sauditi ed Emirati continua sotto traccia e riemerge occasionalmente, attirando per breve tempo l’attenzione dei media.

La perenne paura delle conquiste straniere per impadronirsi delle rotte marittime del Golfo Persico ha plasmato la visione del mondo degli Emirati. La vulnerabilità degli Emirati ha portato i suoi leader a cercare costantemente alleati diversi per compensare la loro insicurezza. L’ideologia e i legami di sangue non hanno un ruolo significativo nella loro ricerca di sicurezza e di partner commerciali.

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