Mettiti nei panni del nemico, se vuoi vincere

24/02/2022

È questo il succo di un bellissimo saggio di George Friedman per Geopolitical Futures.

Per non essere sorpreso e sopraffatto dal nemico, occorre capire le sue intenzioni, per capirne le intenzioni occorre riuscire a pensare, sentire e agire come lui, mettersi interamente nei suoi panni, assumendo il suo punto di vista. La condanna morale delle azioni per cui lo consideriamo nemico non deve interferire, perché ci renderebbe ciechi riguardo ai suoi pensieri e alle sue intenzioni. È molto meglio adottare la dottrina cristiana dell’amare il nemico, che ci permette di metterci nei suoi panni, pur rimanendo pronti alla guerra. Occorre arrivare a sentire e pensare come il nemico, provare le sue emozioni, le sue paure e i suoi desideri. Occorre sforzarsi di ‘essere’ il nemico, come sa fare un grande attore nell’interpretare un personaggio.

Un bravo analista di intelligence o un bravo analista geopolitico, sostiene Friedman, vive in una sorta di follia che gli permette di entrare totalmente nella personalità del nemico senza mai perdere di vista i propri obiettivi. Né può permettersi il lusso di sentirsi moralmente superiore, ma deve sforzarsi di capire la moralità del nemico. Nessun capo politico, nessun dittatore, nessun organizzatore di genocidi si considera immorale: sono sempre gli altri a essere immorali. Hitler vedeva sé stesso come altamente morale. Oggi Putin (e con lui larga parte della Russia) pensa davvero che gli USA abbiano compiuto un atto ostile e immorale nel sostenere la ribellione dell’Ucraina nel 2014 e che da allora la Russia è obbligata a difendere i propri interessi vitali alla frontiera.

Prima della Seconda guerra mondiale il Giappone invase la Cina. Gli USA chiesero al Giappone di ritirarsi, di fronte al rifiuto imposero sanzioni e congelarono ogni proprietà giapponese negli USA. Il Giappone considerò queste sanzioni un atto ostile e si preparò ad attaccare preventivamente gli USA, anziché aspettare l’attacco degli USA, che consideravano certo e inevitabile. Nella mente dei Giapponesi ad attaccare per primi erano stati gli USA, proprio come l’Italia di Mussolini considerò una dichiarazione di guerra da parte dell’Impero britannico le sanzioni per l’attacco all’Etiopia, il che spronò l’Italia all’alleanza con la Germania nazista. I Giapponesi si erano macchiati di atrocità in Cina, la condanna morale di queste atrocità impedì agli analisti americani di mettersi nei panni dei Giapponesi e prevedere le loro reazioni. Così gli USA furono colti del tutto impreparati dall’attacco giapponese a Pearl Harbour.

Amare il nemico, come dice il Vangelo, è lo strumento principe di ogni buon analista strategico: per poterlo distruggere occorre conoscerlo intimamente, sapere ogni dettaglio della sua vita e riuscire a immedesimarsi in lui. Proprio come fa il pescatore nel romanzo di Hemigway ‘Il vecchio e il mare’, che uscendo in mare pensa ‘ti stimo e ti voglio bene, pesce, ma entro stasera ti ucciderò’. Questa è l’attitudine verso il nemico necessaria per vincere. 

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