L’America ripensa le Americhe

02/10/2020

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È stato recentemente presentato a Miami il quadro strategico degli USA in ambito economico per l’emisfero occidentale, cioè per le Americhe, su cui poggia l’iniziativa Back to the Americas. Aderiscono all’iniziativa gli stati indicati nella mappa accanto. Washington ha anche ottenuto che la direzione della Banca di Sviluppo infracontinentale, abitualmente lasciata a rappresentanti di paesi latinoamericani di poco peso, andasse a un suo cittadino, segno che l’attenzione degli USA per l’America Latina è aumentata. Qualche tempo dopo Mike Pompeo è stato il primo Segretario di Stato USA nella storia a recarsi in visita in Guyana e Suriname. Questa rinnovata attenzione potrà suscitare reazioni diverse in paesi diversi.

Il quadro strategico degli USA per l’emisfero occidentale poggia su cinque pilastri: sicurezza interna, crescita economica, promozione della democrazia e della legalità, contrasto delle influenze straniere e rafforzamento delle alleanze

Il focus degli interessi strategici degli USA si è spostato dal Medio Oriente alla Cina. La competizione già in atto fra Cina e USA comporta la necessità di spostare la fabbricazione di prodotti di importanza strategica (prodotti farmaceutici, attrezzature sanitarie, microchip e prodotti elettronici) dalla Cina ad altre aree del mondo più vicine e più sotto controllo, ma con abbondanza di manodopera a basso prezzo. L’America Latina è il candidato ideale, ovviamente. Washington investirebbe in infrastrutture nei paesi partner dell’America Latina come incentivo allo sviluppo economico, in cambio di cooperazione per le sicurezza. Gli investimenti sarebbero effettuati tramite una serie di istituzioni: quattro diversi ministeri, l’Agenzia per lo sviluppo internazionale, l’Agenzia per il commercio e lo sviluppo, la U.S. International Development Finance Corporation e la Export-Import Bank. Agli stati dell’America Latina sarebbe richiesta una revisione di leggi e regolamenti per agevolare investimenti e commerci e semplificare la burocrazia.

Negli ultimi 20 anni la Cina ha molto incrementato la sua presenza in America Latina. Il commercio fra la Cina e i paesi dell’America Latina è salito dai 12 miliardi di dollari del 2000 ai 315 del 2019. Per Brasile, Cile, Perù, Uruguay e Argentina è il principale partner commerciale. I prestiti della Cina alla regione assommano a 140 miliardi di dollari. I Cinesi hanno investito nel settore agricolo e minerario, nelle infrastrutture, nella produzione e nel trasporto di energia.

I governi dell’America Latina si troveranno prima o poi nella situazione di dover scegliere fra Pechino e Washington, innanzi tutto per l’adozione di tecnologie 5G. La Cina si presenterà con maggiori mezzi: costi inferiori, capacità illimitata di finanziamento, chiari piani pluriennali; tutti i vantaggi di uno stato autocratico in cui le decisioni sono altamente centralizzate e pianificate. Per contro gli USA si presenteranno con una quantità di aziende private diverse, autonome rispetto al governo e mosse da interessi propri, spesso contrastanti. Il piano degli USA si concentra sullo sviluppo congiunto di infrastrutture di base, di cui l’America Latina è molto carente, e richiede agli stati membri un forte e prolungato impegno politico ed economico per realizzarle. Il contributo degli USA non sarebbe sufficiente, gli stati dovrebbero indebitarsi in proprio.

Le infrastrutture dovrebbero però rendere molto più competitive le esportazioni dei paesi del Sudamerica e dunque permettere una crescita economica a due cifre nel corso di pochi anni, basata soprattutto sull’industria e non più soltanto sul settore delle materie prime e delle commodities.

La Colombia è il paese meglio posizionato per trarre vantaggio dal piano. Il governo ha già studiato un piano di costruzione di infrastrutture logistiche e di semplificazione burocratica, e ha già condotto un’indagine per identificare le aziende che potrebbero essere interessate a spostare la produzione dalla Cina alla Colombia.

Ci saranno sicuramente forti opposizioni politiche a stringere stretti legami con gli USA da parte di quei gruppi e partiti che temono l’egemonia americana, temono di perdere libertà di azione e di scelta sia in campo economico che in campo politico. Costoro temono una condizione di sudditanza nei confronti del più potente vicino, ma temono anche che l’impegno degli USA non sia sufficiente a produrre i risultati, come già avvenne con l’Alleanza per il Progresso promossa da Kennedy negli anni 1962-67, che non cambiò sostanzialmente le condizioni della regione, perché i governi locali non riuscirono a compiere i grandi sforzi (investimenti, legislazione, sicurezza interna) necessari da parte loro.

Il focus degli USA si è spostato dal Medio Oriente alla Cina. La competizione già in atto comporta la necessità di spostare la fabbricazione di prodotti di importanza strategica dalla Cina ad altre aree del mondo più vicine e più sotto controllo. L’America Latina è il candidato ideale

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