L’autoritarismo arabo

16/05/2020

Liberamente tratto da un articolo di Hilal Khashan per Geopolitical futures

Molti in Europa hanno pensato che le cosiddette ‘primavere arabe’ del 2011 avrebbero causato il crollo di alcuni regimi autoritari, eventualmente sostituiti da sistemi democratici. Ma, fatto salvo il caso della Tunisia, in gran parte dei paesi arabi l’autoritarismo si è dimostrato più resistente del previsto.

A marzo 2011 truppe saudite entrarono in Bahrain a soffocare una rivolta. Il giorno seguente la polizia siriana disperse con violenza una dimostrazione pacifica di studenti: fu l’inizio di una repressione che continua tuttora. Proteste simili hanno condotto alla guerra civile in Libia e in Yemen, inducendo potenze esterne a intervenire e portando, di fatto, alla frammentazione dei due stati. Nel luglio del 2013 il generale al-Sisi prese il potere in Egitto rovesciando il presidente eletto Mohammed Morsi e imprigionandolo. Qualche settimana più tardi ordinò all’esercito di sedare una manifestazione di sostenitori di Morsi al Cairo; morirono in più di 800. In seguito alle ‘primavere arabe’ violenza e repressione si fecero largo anche sfruttando l’alibi della lotta al fondamentalismo e al terrorismo islamico.

 

Le origini dell’autoritarismo arabo

Nonostante il messaggio di moderazione e pace insito nell’islam, nel corso della storia molti governanti arabi hanno scelto di esercitare un’autorità senza compromessi e di usare la forza. Dopo la morte del profeta Maometto i musulmani si divisero in fazioni in lotta tra loro e la violenza divenne uno strumento comune. Durante le guerre cosiddette “guerra della ridda” (ossia dell’apostasia) del 632-633 il successore del Profeta, Abu Bakr, sconfisse le tribù arabiche che avevano rinnegato l’islam ed erano tornate al paganesimo. Tutti i califfi “ben guidati” che gli succedettero morirono tragicamente. Dalle sue origini all’inizio del VII secolo fino al collasso dell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale l’islam ha conosciuto moltissime rivolte sanguinarie, assassinii di califfi, sultani, governatori regionali e aspiranti al potere.

Alle origini dell’islam, la Costituzione di Medina del 622 riconosceva la tribù, cioè la famiglia allargata, come unità originaria della società islamica, in base alla quale organizzare il potere. Questa concezione delle relazioni tra lo stato e la società perdura ancora oggi. Gli stati arabi poggiano su fondamenta tribali e in Medio Oriente e nel Nord Africa persiste una leadership patriarcale tanto nei paesi monarchici come in quelli repubblicani. Il capo dello stato detiene il potere supremo sia in materia politica che economica e a lui si affida il compito − e il potere − di interpretare la legge e di presentarsi come modello della morale. Neanche i regimi repubblicani sono riusciti a produrre cambiamenti significativi: hanno semplicemente assunto le sembianze delle democrazie occidentali, trasformando in sostanza i loro regimi in neopatriarcati. I capi degli stati arabi che detengono il monopolio dell’autorità derivano il loro potere dal controllo delle risorse materiali dello stato e dal mantenimento della società civile in condizione di debolezza, proprio a causa dell’enfatizzazione delle divisioni tribali. Oppongono resistenza a qualsivoglia cambiamento politico e usano la coercizione per tenere a bada le loro popolazioni.

 

Stati arabi post coloniali

Sin da quando l’islam divenne la religione di un impero − con il califfato Omayyade, nel 661 − lo stato ha riscosso le tasse su base tribale, facendo ben pochi sforzi per costruire legami fra le tribù. Al crollo dell’Impero ottomano furono la Gran Bretagna e la Francia a creare i sistemi statali arabi, secondo concetti che erano alieni alla stragrande maggioranza degli Arabi. Le élite arabe al governo percepivano lo stato come un’azienda privata e in breve tempo gli eserciti di Egitto, Iraq, Siria e Sudan distrussero le nascenti società civili dei rispettivi paesi. Alcune monarchie arabe, come l’Arabia Saudita, misero al bando l’associazionismo mentre altre, come il Bahrain, imposero severe restrizioni. Gli oligarchi arabi intrapresero una guerra sotterranea e subdola con i loro sudditi impoveriti e offrirono loro in buona sostanza lo scambio fra il soddisfacimento dei bisogni primari e la libertà di espressione. Rompere questo patto avrebbe comportato punizioni severe come l’esilio, la prigione o la morte.

Ma la repressione di movimenti secolaristi o nazionalisti non ha sradicato del tutto l’opposizione e gruppi religiosi rimasti a lungo dormienti si risvegliano talvolta per mettere in discussione i governi. Così come i dittatori di quei paesi, anche i movimenti fondamentalisti islamici hanno sempre avuto una certa avversione per la democrazia, sebbene per ragioni diverse. I presidenti delle repubbliche arabe hanno cercato di mantenere la loro presa sul potere e di preparare i figli alla successione. Re ed emiri hanno represso senza pietà gli oppositori non soltanto per preservare il loro status ma anche per evitare la transizione dei loro paesi verso monarchie costituzionali. Intanto i fondamentalisti hanno preso a scontrarsi con i monarchi per imporre la sharia e restaurare il califfato, ma anche con i secolaristi che vorrebbero la democrazia, sistema che i fondamentalisti rifiutano, creato dagli ‘infedeli’.

Ovunque nel mondo arabo la classe dirigente ha svuotato la sfera pubblica di contenuti ideologici, ha soffocato l’opposizione, sia individuale che organizzata, e ha promosso il culto dell’uomo forte. Così Nasser è divenuto il “leader eterno” dell’Egitto e appellativi simili sono stati impiegati per Abdel Karim Qasim in Iraq e Hafez Assad in Siria, mentre in Marocco il re Mohammed VI, in continuità con il padre e i suoi antenati, ha acquisito il titolo di “comandante dei fedeli” e i re sauditi si sono arrogati il titolo di “custodi dei due luoghi santi”.

 

Strutture sociali

Il fallimento della democrazia nel mondo arabo è dovuto a una serie di fattori. Tra gli Arabi prevale il misticismo religioso e la sua promessa di una redenzione messianica. Nell’islam lo spiritualismo è una forza potente e l’aldilà è più importante della vita terrena. Gli insegnamenti religiosi e l’apprendimento mnemonico non promuovono l’indipendenza di pensiero. Gli Arabi spesso legano fenomeni naturali e scoperte scientifiche all’Islam, sostenendo (senza fondamento) che sono menzionate nel Corano. Invece di impiegare la religione per favorire la ricerca scientifica, la usano per giustificare l’autenticità della loro fede.

Neppure i partiti nazionalisti o di sinistra hanno promosso la libertà di espressione, che è una delle pietre miliari della democrazia. Michel Aflaq, fondatore del partito socialista arabo Baath nel 1947, basò il suo partito panarabo sul principio dell’unità, della libertà e del socialismo. Anche se promuoveva l’emancipazione dal colonialismo, l’uguaglianza tra uomini e donne e la libertà religiosa all’interno della società, rigettò l’estensione dei diritti politici perché percepiva il perseguimento dell’unità dell’umma araba come storicamente determinata, non come una scelta di natura politica.

 

L’emancipazione dell’islam

Il cambiamento politico del mondo arabo dovrà passare attraverso una riforma della religione. Riformatori religiosi del XIX secolo come Muhammad Abdu e Jamal al-Din al-Afghani si erano resi conto della necessità di rendere l’islam compatibile con la modernità. Ma la necessità di combattere il colonialismo europeo arrestò questo processo di riforma e diede inizio al salafismo, precursore del fondamentalismo islamico.

Affinché la democrazia possa affermarsi nel mondo arabo, gli Arabi dovranno accettare il pluralismo religioso e non semplicemente tollerare le minoranze. L’Indonesia, paese a maggioranza musulmana, è riuscito ad accettare persone di altre fedi, inclusi buddisti, hindu e confuciani. Ospita templi e statue di varie religioni e l’isola di Sulawesi ha la statua di Gesù più alta al mondo. In Medio Oriente, al contrario, le tensioni tra musulmani e persone di altre religioni sono sempre accese, così come quelle all’interno dello stesso islam. La costruzione di chiese in Egitto ha provocato conflitti tra musulmani e cristiani copti; nei paesi del Golfo gli immigrati non musulmani hanno grosse difficoltà nel praticare la loro religione. I leader di questi paesi stanno mostrando una certa flessibilità nel migliorare la libertà di culto, che però provoca risentimento nell’opinione pubblica. Ai paesi arabi resta ancora molta strada per giungere alla democrazia: pluralismo religioso, crescita economica, libertà di espressione e istruzione universale sono le chiavi per rompere con l’autoritarismo.

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