Tecnocrazia, burocrazia e inefficienza politica

04/04/2020

Nel suo ultimo libro The Storm before the Calm (La tempesta prima della quiete) George Friedman sottolinea come negli USA (ma anche in Europa) gli elettori stiano sviluppando insofferenza per le inefficienze di una politica incapace di vedere e gestire la realtà, tanto da aver perso il contatto con fasce di popolazione sempre più ampie. Friedman attribuisce questa cecità e questa inefficienza a un’eccessiva fiducia nella tecnocrazia, che nei prossimi anni dovrà essere corretta, qualunque sia il prossimo Presidente. La sua tesi è interessante.

Scrive Friedman (traduciamo liberamente dal capitolo VI): ‘La tecnocrazia è frutto dell’illuminismo e in quante tale crede che la ragione possa portare la perfezione nel mondo, o per lo meno migliorarlo molto. [...] La tecnocrazia crede soprattutto che le persone debbano essere valutate in base alla conoscenza e all’esperienza e non in base ad altre caratteristiche. Altri criteri di valutazione costituirebbero forme di oppressione. Chi sono dunque gli oppressi secondo i tecnocrati? Non coloro che sono economicamente svantaggiati, ma quelli che sono svantaggiati a livello culturale. [...] I tecnocrati vivono di astrazioni persino nella gestione delle proprie responsabilità. Per loro i problemi sono tutti intellettuali. Il pensiero deve essere sempre all’opera, il pensiero è possibilità di azione. Basta il pensiero, l’azione è soltanto il prosieguo automatico del pensiero. Il pensiero origina il linguaggio, che è il vero campo di battaglia dei tecnocrati. Se si dà nuova forma al linguaggio, si dà nuova forma alla realtà. La ‘correttezza politica’ del linguaggio è il modo in cui la classe dei tecnocrati e dei loro seguaci pensa di dare nuova forma al mondo.’

Le conseguenze negative della tecnocrazia sono due, dice Friedman:

-          da un lato l’incomprensione della realtà e dei problemi dei lavoratori manuali, degli operai e contadini e camionisti o piccoli commercianti, cioè della vasta classe media che ha perso importanza e reddito con l’introduzione delle nuove tecnologie di produzione e di distribuzione, classe che oggi trova comprensione e rappresentanza soltanto da parte di politici di ‘destra’, politicamente molto scorretti;

-          dall’altro la rinuncia della maggior parte dei politici e dei dirigenti pubblici a far prevalere il ‘buon senso’ sulla correttezza tecnica. La rinuncia cioè a esercitare pienamente le proprie responsabilità nel timore di rivelarsi vulnerabili dal punto di vista tecnico e culturale. Si sono dunque moltiplicati gli uffici tecnici, le procedure di controllo, le certificazioni, i passi burocratici da compiere per avviare o modificare progetti, mentre le decisioni politiche sono talora inapplicate oppure si rivelano inefficaci perché inceppate e deviate da una lunga sfilza di controlli e imposizioni da parte di decine di diversi uffici tecnici, ognuno dei quali bada soltanto a un aspetto limitato dell’operazione. Il risultato finale viene perso di vista, governi e amministrazioni pubbliche paiono sempre più incapaci agli occhi degli elettori, che perdono stima e fiducia nei confronti dei politici, con il rischio che questo sfoci in una perdita di fiducia nella democrazia. Politici e grandi dirigenti pubblici attribuiscono l’inefficacia dell’azione all’aumentata complessità del mondo reale, ma secondo Friedman si tratta soprattutto di una resa mentale del ‘buon senso’ e del senso di responsabilità della politica di fronte alle tecnocrazie. Perciò Friedman prevede che nei prossimi anni questi politici verranno sostituiti da una classe di politici e alti burocrati di diversa formazione, che avranno molto meno fiducia nel ruolo delle tecnologie e dei tecnocrati nelle società.

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