Il moltiplicarsi dei tentativi di rivoluzione islamica

07/01/2020

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Vedendo il fallimento del modello socio-politico comunista, tutte le minoranze scontente e desiderose di maggiore potere nel mondo islamico studiarono con molto interesse il successo della rivoluzione iraniana e la sua capacità di tener testa sia agli stati vicini che all’Occidente. L’idea che una dittatura clericale islamica avrebbe portato giustizia, prosperità e potere alle società islamiche era stata sostenuta da vari pensatori e gruppi politici islamici sin dalla caduta del Califfato ottomano nel 1918, ad esempio dai Fratelli Musulmani in Egitto, dunque all’interno del mondo mussulmano sunnita, tradizionalmente rivale dell’islam sciita prevalente in Iran. Ma i Fratelli Musulmani non avevano mai raggiunto il potere, i loro tentativi di insurrezione erano sempre stati repressi dai militari. Il primo paese sunnita in cui dottori e studenti di legge islamica (i talebani) presero il potere fu l’Afghanistan del 1996, che ospitò anche il fondatore di al Qaeda, Osama Bin Laden. Al Qaeda voleva ripristinare il potere islamico utilizzando come argomento di reclutamento rivoluzionario la guerra contro l’Occidente, presentato come malvagio corrotto e sfruttatore, altamente immorale. Così avevano fatto gli Ayatollah in Iran, ma non per colpire direttamente l’Occidente, bensì per spodestare localmente la monarchia iraniana, che con l’Occidente collaborava.

L’attacco di Bin Laden alle Torri gemelle (11 settembre 2001) non poteva ovviamente essere ignorato, come era stata semi-ignorata in Occidente la rivoluzione degli Ayatollah in Iran. Iniziò così l’impegno americano e occidentale in Afghanistan e in Iraq, con l’obiettivo di lavorare ai due fianchi l’Iran, che nel frattempo stava cercando di dotarsi di bomba atomica e di missili per il suo trasporto, per far cadere il primo e l’unico modello socio-politico di successo di stato islamico. L’idea è che finché non crollerà il regime degli Ayatollah in Iran, rivelandone gli aspetti negativi e repressivi, non cesseranno i tentativi di replicarne il successo in altre parti del mondo islamico, dall’Indonesia alla Nigeria, da parte di giovani scontenti delle loro condizioni di vita. Le rivoluzioni arabe, il formarsi di vari gruppi jihadisti, spesso rivali fra di loro (ISIS compreso) sono tutti tentativi di riuscire a replicare in altre parti del mondo islamico il successo della rivoluzione in Iran e impegnare l’Occidente in una lunga guerra fredda.

Gli attacchi terroristici sono parte della guerra ideologica, volti a esercitare egemonia psicologica tramite il terrore e mostrare agli altri islamici e al mondo la potenza della legge islamica contro gli infedeli e i nemici. È il meglio che riescono a fare in termini di soft power. Il tentativo di impossessarsi dei giacimenti di gas e di petrolio e del controllo delle rotte petrolifere costituisce l’aspetto economico della ‘guerra fredda’ islamica contro l’Occidente e i paesi islamici che con l’Occidente collaborano. In campo tecnologico i rivoluzionari islamici non possono dimostrare una vera egemonia, ma utilizzano al meglio le armi di cui dispongono, dai coltelli ai missili ai droni. 

E proprio le ribellioni arabe e le guerriglie jihadiste hanno dato all’Iran la possibilità di espandersi in Mesopotamia e creare forti gruppi armati locali in Iraq, in Siria, in Libano, in Yemen, che dapprima si presentano per riportare l’ordine ma poi fanno gli interessi strategici dell’Iran. L’Iran degli Ayatollah oggi scommette di riuscire ad allargare il suo potere e le sue alleanze fino alle coste del Mediterraneo orientale, del Golfo Persico e del Mar Rosso, mentre il suo arsenale militare raggiunge livelli tecnologi molto pericolosi. Per questo va fermato.

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