Gli stati del Medio Oriente e i Curdi

07/11/2019

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I Curdi sono una popolazione originaria delle valli dei monti Zagros, che si estendono attraverso Turchia, Siria, Iraq e Iran; piccole enclave curde sono presenti anche in Azerbaigian e Armenia. Negli ultimi cent’anni hanno cercato di rendersi indipendenti, specie in Iraq e in Turchia, e sono stati oggetto di durissime repressioni, persino tentativi di sterminio, come nell’Iraq di Saddam Hussein, che impiegò gas tossici contro interi villaggi. I governi centrali dei paesi in cui sono presenti forti minoranze curde hanno sempre cercato di cancellare la loro identità e il loro senso di appartenenza nazionale, spesso dislocandole a forza in altre aree. I Curdi sono in maggioranza di religione sunnita, ma non sono arabi: hanno una lingua e una cultura tradizionale affine a quella farsi (cioè persiana) dell’Iran.

Potete approfondire la storia dei Curdi − dall’Impero Ottomano a oggi − leggendo gli articoli contenuti nel nostro dossier I Curdi fra potenze locali e globali

La storia dei Curdi è interessante anche perché mette in luce un importante aspetto del contesto mediorientale. Il Medio Oriente è un complesso intreccio di culture primarie, ossia insiemi di modi di vivere e di lavorare, di collaborare per sfruttare e difendere le risorse, che caratterizzano i singoli gruppi legati a specifici territori, che hanno vissuto una stessa storia, parlano dialetti simili e si sentono appartenenti a uno stesso popolo. Secoli di invasioni, conquiste, spostamenti più o meno forzati di popolazioni e definizioni arbitrarie di confini non hanno cancellato le culture primarie. All’interno di molti stati del Medio Oriente convivono più culture primarie che hanno identità e interessi diversi e fanno capo a gruppi che si ribellano frequentemente, alimentando guerre civili in nome ora di una ideologia religiosa, ora di una ideologia politica.

Un caso emblematico è quello dell’Iraq, che ha divisioni interne profondissime che la Costituzione del 2005 ha cementato. Nel primo articolo si stabilisce la natura federale dello stato, ma negli articoli che dovrebbero precisare gli ambiti di competenza e la gerarchia tra potere centrale e poteri regionali è evidente lo sbilanciamento verso una decentralizzazione quasi totale. Gli unici campi nei quali il governo centrale esercita la preminenza sono la difesa e la politica estera, in tutti gli altri la competenza è condivisa, ma – si precisa − in caso di conflitto di interessi e di poteri, la priorità va all’autorità regionale.

La costituzione non ha promosso l’unità del paese; al contrario, ha posto le premesse di nuove tensioni e divisioni. Dato che la storia irachena non è nuova a guerre civili fra gruppi che hanno accesso a quantità molto ineguali di risorse, l’equa spartizione delle risorse è stata considerata la chiave per prevenire future tensioni e la Costituzione la tratta diffusamente, ma tutti gli articoli in merito prevedono la gestione congiunta fra governi locali e governo federale, senza indicazioni precise. Anche la faida fra Curdi e stato iracheno si gioca principalmente sulla gestione dei giacimenti di gas e petrolio che si trovano nella regione del Kurdistan. La spartizione delle risorse viene ridiscussa e numericamente decisa dal Parlamento ogni anno; chi controlla il Parlamento o il Governo riesce a tenere di più per sé, oppure riesce a non pagare le cifre promesse e dovute. Le dispute sull’argomento sono costanti: le due parti si accusano a vicenda di non rispettare né la costituzione né gli accordi presi e fissati nell’annuale bilancio federale.

Se il Kurdistan iracheno ottenesse l’indipendenza potrebbe gestire direttamente lo sfruttamento delle risorse sul proprio territorio, cosa che gli altri Iracheni – in particolare i gruppi arabi sunniti che vivono in aree povere di gas e petrolio – vogliono impedire. Proprio questi gruppi sono quelli che detenevano il potere ai tempi di Saddam Hussein: dopo la sua caduta hanno perso prestigio, stipendi e pensioni pubbliche, molti si sono ribellati e hanno creato gruppi jihadisti, che nel 2014 sono confluiti nell’ISIS (per approfondire leggete l’articolo Dal Baath allo Stato Islamico.

È una situazione simile a quella della Siria, dove un altro regime ba’atista – quello della famiglia Assad – si appoggia da decenni a un gruppo − gli Alawiti − che costituisce una minoranza della popolazione. Il gruppo di gran lunga più consistente sono gli Arabi sunniti, poi vengono i Curdi. La minoranza alawita sostiene strenuamente Assad perché sa che sotto un governo arabo sunnita perderebbe lavoro e diritti, forse anche la casa e la vita. Lo stesso temono i Curdi, che infatti hanno accanitamente difeso il proprio territorio − il Rojava – contro l’ISIS.

Pur predicando l’unità e il nazionalismo arabo e islamico, il regime iracheno e quello siriano hanno perpetrato forti discriminazioni, sfociate in feroci guerre civili che hanno mostrato quanto fosse fragile il senso di appartenenza a un destino comune. Lo dimostrano anche tragedie meno eclatanti ma altrettanto gravi, come l’involuzione ambientale della regione, frutto di diboscamenti selvaggi e di una gestione scellerata delle acque.

Molti paesi della regione devono la sopravvivenza della loro agricoltura alle acque dolci del Tigri e dell’Eufrate, che hanno entrambi la loro sorgente in Turchia. Nel 2010, prima delle ‘primavere arabe’, i governi di Turchia, Siria, Libano e Giordania avevano avviato una collaborazione per la condivisione delle risorse idriche, oltre che per lo sviluppo del turismo, del commercio e del sistema bancario. Poi ogni possibilità di cooperazione è andata distrutta. Turchia, Iran e Siria hanno costruito dighe o deviato corsi d’acqua e si stima che entro il 2040 il Tigri e l’Eufrate saranno asciutti ben prima di raggiungere il mare. Queste decisioni arbitrarie, l’inquinamento e lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere stanno trasformando quella che era la Mezzaluna fertile, luogo in cui nacque l’agricoltura, in un’area desertica (sta accadendo nell’Iraq meridionale). La gestione dell’acqua, come delle altre risorse, è un elemento chiave per il mantenimento della pace nel Medio Oriente, ma al momento predomina – talvolta anche all’interno di una stessa nazione − la mancanza di senso di solidarietà e di piena appartenenza, eredità storico-culturali che sono frutto di secoli di storia. 

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