La guerra nella nostra era

09/10/2019

Liberamente tratto da un articolo di George Friedman

 

Agli inizi degli anni Novanta George Friedman scrisse un libro nel quale prevedeva che in futuro le guerre sarebbero state combattute nello spazio, con aerei senza pilota e missili ipersonici, e in effetti tutto ciò sta accadendo. Ma per comprendere la portata di questo cambiamento occorre fare un passo indietro.

La storia delle armi venne rivoluzionata dall’introduzione delle armi da fuoco, quelle che chiamiamo armi balistiche perché, una volta che si è sparato, il proiettile va nella direzione in cui lo conduce l’iniziale esplosione di energia, senza che nulla al di fuori della forza di gravità e degli elementi possa variarne la traiettoria. Dato che il colpo viene sparato grazie alla coordinazione tra mano e occhio, la probabilità di colpire il bersaglio è bassa. In guerra si è cercato di ovviare a questo problema moltiplicando drasticamente il numero di armi, compensando cioè la mancanza di precisione con un numero maggiore di proiettili, per aumentare le probabilità di colpire il nemico.

Fino al 1965 circa tutte le armi erano balistiche e venivano prodotte da grandi industrie. Durante la Seconda guerra mondiale gli sforzi bellici puntarono alla distruzione degli insediamenti produttivi con bombardamenti a tappeto che spesso colpivano un’intera città. I bombardamenti erano così imprecisi che la possibilità che una bomba colpisse davvero la fabbrica di armi era vicina a zero. Questo tipo di guerra richiedeva diverse armi balistiche, molti soldati che fossero in grado di usarle, molte fabbriche per produrle e molti piloti per guidare gli aerei con cui andare a distruggere le fabbriche. Con le armi nucleari questa logica venne superata: un solo missile balistico con una testata nucleare poteva rendere certa la distruzione di una fabbrica di armi. È stata l’imprecisione delle armi a originare la guerra totale che abbiamo conosciuto, o paventato, lo scorso secolo.

Tra il 1967 e il 1973 tre eventi apparentemente minori hanno sancito la fine dell’era delle armi balistiche: nel 1967 per la prima volta una grande nave da guerra − il cacciatorpediniere israeliano INS Eilat − venne affondata da missili radioguidati da un radar che si trovava su un’altra nave; in Vietnam nel 1972 un aereo americano utilizzò bombe a guida laser per distruggere il ponte Than Hoa che era sopravvissuto ad anni di attacchi con armi convenzionali; nel 1973 una brigata di carri israeliani venne distrutta dalle forze speciali egiziane con missili filoguidati (i cui segnali di guida viaggiano su cavi che collegano il missile con il suo sistema di puntamento). Questi tre episodi hanno una cosa in comune: in tutti e tre i casi era possibile correggere la traiettoria del proiettile dopo il lancio; in questo modo le probabilità che l’obiettivo venisse colpito erano di circa il 50%, quindi molto maggiori a quelle delle armi balistiche.

Se nella Prima guerra mondiale servivano circa 10000 proiettili per uccidere un uomo, dal 1973 il numero di proiettili che devono essere esplosi per colpire una nave, un ponte o un carro armato è crollato a uno o due. Il costo di un’aggressione è così grandemente diminuito, quello della difesa è cresciuto in maniera esponenziale (il che gioca a favore di gruppi terroristi mimetizzati fra la popolazione). Durante la Guerra del Golfo (negli anni ’90) un missile da crociera americano sparato da una nave al largo poteva colpire con precisione la seconda finestra al terzo piano di qualche edificio sulla terraferma.

Invece di impiegare un gran numero di armi in maniera imprecisa e con molti danni collaterali, oggi se ne possono usare molte meno per distruggere un obiettivo ben definito, senza toccare le aree circostanti. Queste armi a guida di precisione, come vengono chiamate, hanno completamente cambiato la natura della guerra, ma per il loro impiego non si può prescindere da un elemento: l’intelligence. Si è in grado di colpire una determinata finestra di un determinato edificio di Baghdad, ma prima si deve sapere quale è la finestra da colpire. In molti casi, come con i missili da crociera Tomahawk la cui rotta viene costantemente confermata da una piccola telecamera che confronta le immagini riprese del terreno e dell’obiettivo con quelle immagazzinate nella memoria, si deve disporre prima delle immagini dell’obiettivo.

La sfida che pone l’uso di armi non balistiche è in parte anche di natura tecnica, ma è soprattutto una questione di intelligence. Raccogliere le informazioni di intelligence in maniera adeguatamente dettagliata non è facile. Capire dove si trova un determinato individuo a Baghdad, per esempio, richiede uomini sul posto, tecnologia per tracciare un gran numero di telefonate, sorveglianza aerea che potrebbe mettere in allarme l’obiettivo. Fare tutto questo nel 1991 in Iraq è stato relativamente facile, ma combattere oggi un nemico più sofisticato richiede tecnologie più sofisticate.

Gli Stati Uniti hanno sviluppato diversi organismi e dipartimenti di intelligence − la National Security Agency for electronic intelligence, la National Reconnaissance Office for satellite imagery e la Central Intelligence Agency for human intelligence – eppure sono stati messi in difficoltà dai grandi cambiamenti in ambito bellico. L’emergere di un modo di fare la guerra alternativo a quello improntato alle armi balistiche ha richiesto un cambiamento radicale anche nell’ambito dell’intelligence. Costruire capacità di intelligence adeguate richiede ormai di avere informazioni e dati su scala globale ma con un alto livello di specificità geografica, combinando immagini, sorveglianza elettronica e capacità di trasferire dati dai sensori.

Il cuore della nuova tecnologia in ambito bellico è il microchip, frutto delle ricerche del Dipartimento della Difesa per i missili balistici intercontinentali e gli aerei da combattimento, che richiedevano satelliti molto più flessibili e dinamici, in grado di scattare foto digitali ben prima che tutti avessero lo smartphone. L’emergere di armi con guida di precisione – i cosiddetti armamenti intelligenti − ha spostato il centro di gravità della guerra dalla terra allo spazio, perciò ogni conflitto grave inizierà nello spazio. L’era balistica si reggeva su una vasta rete di sostegno, mentre l’era delle armi con guida di precisione necessita di un sistema di difesa molto più piccolo ma molto più sofisticato, la cui funzione va ben oltre la definizione dell’obiettivo da colpire o da difendere.

La nostra creatività deve rimettersi all’opera per trovare il modo di utilizzare tutte le raccolte di dati per identificare e prevenire attacchi prima che l’attacco sia effettivamente lanciato, perché un attimo dopo è già troppo tardi. 

Nella Prima guerra mondiale servivano circa 10000 proiettili per uccidere un uomo, dal 1973 il numero di proiettili che devono essere esplosi per colpire una nave, un ponte o un carro armato è crollato a uno o due

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