Afghanistan, che prospettive?

04/10/2019

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Alle elezioni afghane del 28 settembre 2019 hanno partecipato soltanto 2,5 milioni di elettori, contro i 7 milioni del 2014. I risultati non si conosceranno fino al 17 ottobre, ma i due principali contendenti − il presidente uscente Ashraf Ghani e il rivale Abdullah Abdullah − dichiarano entrambi vittoria. I due rivali sono portatori di due diverse concezioni del modo di governare l’Afghanistan. Il gruppo etnico e linguistico dominante in Afghanistan sono i pashtun, che costituiscono circa il 45% della popolazione ed esprimono la massima leadership del paese fin dalla sua indipendenza nel 1919. Era pashtun la famiglia regnante, di cui fu ultimo rappresentante re Zahir (immagine). È pashtun Hamid Karzai, presidente prima di Ghani. Ma mentre la monarchia aveva regnato lasciando ampia indipendenza alle diverse regioni e alle diverse etnie, Karzai e Ghani hanno una visione della presidenza che accentra e gestisce tutti i poteri per attuare riforme, mantenere l’unità del paese e prevenire il rafforzarsi di poteri locali.

Abdullah invece è tagico. I Tagiki costituiscono circa il 25 % della popolazione afghana. Uzbeki e Azeri costituiscono circa un altro 10%. Abdullah sostiene un modello di governo decentrato, che dà più potere al parlamento che al presidente e amplia l’autonomia delle regioni.

Dal 1929 in poi l’Afghanistan conobbe mezzo secolo di pace sotto il regno dei Musahiban, che lasciavano amplia autonomia ai gruppi locali. Ma nel 1978 il partito comunista afghano fece un colpo di stato e impose un versione estrema di governo centralizzato per imporre radicali riforme sociali. Seguì una serie di ribellioni. Nel 1979 i Russi invasero il paese per soffocarle, ma dopo dieci anni di guerra e di occupazione dovettero ritirarsi sconfitti. La sconfitta accelerò la caduta del comunismo in tutta l’Unione Sovietica

Ma la guerra civile in Afghanistan non cessò: ormai gli equilibri interni si erano rotti, le tribù si erano abituate alla lotta. Prevalse il movimento socialmente e politicamente reazionario dei Talebani, su base etnica pashtun, che nel 1996 conquistarono Kabul, diedero ospitalità ad alQaeda e fornirono la base per l’attacco alle Torri Gemelle di New York a settembre 2001. Gli USA dichiararono guerra ai Talebani, li sconfissero in poche settimane e favorirono la creazione dell’attuale sistema presidenziale centralizzato, che ebbe come primo presidente Hamid Karzai. Ma il nuovo governo non riuscì a pacificare e ricostruire il paese. I Talebani diedero vita a un sistema di governo ombra che oggi domina larghe parti del paese (mappa) e ha l’appoggio del Pakistan. Gli Americani e la NATO hanno continuato a sostenere il governo centrale con una presenza militare massiccia (in certi periodi più di 100000 soldati), che è ormai insostenibile. I Talebani ripiegano sulle montagne davanti alle offensive, ma ritornano appena l’esercito se ne va e non trovano difficoltà a imporsi alla popolazione.

Oggi gli USA hanno ancora circa 14000 soldati in Afghanistan, ma vogliono andarsene. Anche i Talebani vogliono che i soldati USA e NATO se ne vadano. Ma nessuna delle parti può fare il primo passo, dando l’impressione di arrendersi. Le trattative si protraggono da anni, senza risultati. Perché possano raggiungere una conclusione occorre prima un accordo fra i Talebani e il governo che ponga fine alla guerra civile, accordo che non si trova e quando sembra trovarsi sulla carta salta subito sul terreno.

Ma l’interesse congiunto dei Talebani e degli USA per porre termine alla presenza occidentale in Afghanistan non potrà non portare a un accordo, e allora la guerra civile fra i Talebani e il governo si intensificherà. A meno che entrambi non accettino di deporre le armi in cambio di una forma altamente decentrata di governo, un ritorno a condizioni analoghe a quelle antecedenti la rivoluzione del ’68, come propone Abdullah Abdullah.

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