Il mondo cambia, giorno per giorno

07/08/2019

Ogni giorno, mentre noi ci divertiamo (o ci rattristiamo) a commentare le battute di Salvini o Di Maio, sullo scacchiere mondiale si muovono le pedine che determineranno i confini dei campi del prossimo grande gioco globale e gli schieramenti concorrenti. Anche noi dovremo giocare la partita, ma prima dobbiamo capire in quale squadra giochiamo, in quale serie e quali sono le regole del gioco. È finita l’epoca in cui si crede che le organizzazioni sovranazionali indirizzino le regole del gioco e che le regole possano essere valide per tutti i continenti e per tutti i partecipanti. Non è più l’epoca di un unico grande girone globale. A dire il vero tale epoca non è mai esistita nei fatti, ma per decenni è stata un’aspirazione, una fede o un sogno condiviso da larga parte dei popoli dell’Occidente.

Ora l’ONU ha perso prestigio, insieme a tutte le sue organizzazioni collaterali. Il WTO è accusato di non vedere come l’intervento degli stati stravolga l’indipendenza dei mercati. L’Unione Europea è criticata ogni giorno. Le critiche sono giustificate, ma i limiti e i difetti delle organizzazioni sovranazionali sono sempre stati ovvi e chiari, perché sono inseriti nei loro atti costitutivi fin dal primo giorno. La politica e l’opinione pubblica sembrano accorgersene soltanto ora, perché ora più che in passato sentiamo la necessità di organizzazioni sovranazionali efficienti e dotate di poteri politici. Probabilmente in futuro nasceranno nuove organizzazioni politiche (e militari) sovranazionali efficienti, ma soltanto dopo che si saranno ridefiniti blocchi geopolitici coesi, cioè i confini dei campi di gioco, i partecipanti al girone, la composizione delle squadre. Fin ad allora non sempre ci sarà chiaro se stiamo giocando la partita nello stesso campo della Russia, ad esempio (o della Turchia, o dell’Arabia Saudita, o degli USA), oppure se giochiamo in competizione con loro.

Le prime squadre a doversi comporre sono quelle che ruotano attorno agli USA e alla Cina.

La guerra dei dazi, i confronti quasi quotidiani nel Mar Cinese meridionale fra la Cina (pare spalleggiata dai Russi) e tutti gli altri paesi che rivendicano sovranità sulle stesse acque, le tensioni fra Giappone e Corea del Sud, la corsa a potenziare le armi e i sistemi difensivi in tutti i paesi del sud est asiatico, gli incontri frequentissimi a livello ministeriale fra India, Cina, Russia, Australia, Giappone, sono tutti segni di come sia frenetica l’attività volta a tessere possibili molteplici collaborazioni incrociate, per non rimaner tagliati fuori dagli schieramenti in formazione attorno alla Cina.

La guerra dei dazi, la regolamentazione dei flussi migratori dall’America Latina, gli accordi e i disaccordi commerciali con l’Europa e il Canada, il rafforzamento della NATO nell’Europa dell’Est, i dispetti militari di Erdogan agli Americani, le sanzioni americane all’Iran e alla Russia, le minacciate sanzioni americane contro il Nordstream 2, le probabili future limitazioni alle attività delle grandi aziende digitali globali, sono tutti segni che gli USA vogliono spingere anche il resto dell’Occidente a prendere rapidamente decisioni per il futuro, partecipando a nuovi patti di alleanza con gli USA, oppure pagando le conseguenze di un mancato allineamento.

Che farà l’Europa, in questa situazione? Può giocare a ritardare ogni decisione, stare alla finestra, bilanciarsi il più possibile fra tutte le forze in gioco e aspettare che la situazione si chiarisca. Ma potrebbe anche fare la grande svolta: costituire un terzo polo unitario, che includa anche la Russia, e assumere un ruolo economico, politico e militare di rilievo in Medio Oriente e in Africa. Altrimenti l’Unione Europea finirà con lo spaccarsi in due o tre gruppi di paesi dallo schieramento oscillante, sostanzialmente stagnanti e privi di potere a livello internazionale, come facevano i paesi del cosiddetto Terzo mondo durante la Guerra fredda.

È una sciagura che il mondo torni a dividersi in blocchi in competizione fra di loro? Se la competizione dovesse degenerare e portare alla guerra, ovviamente sì. Ma la competizione è di stimolo alla creatività e allo sviluppo. La competizione culturale, economica, tecnologica, politica, alimenta le diversità, le diversità messe a confronto portano a scelte e sintesi innovative, dunque nel lungo periodo portano l’umanità nel suo insieme a sapere di più, produrre di più, vivere meglio, organizzare meglio le società. Lo vediamo chiaramente nella storia, quando la guardiamo in un’ottica di lungo periodo.

Le aziende globali hanno accesso a risorse globali, incluse le migliori intelligenze del mondo e la migliore mano d’opera del mondo. Ma se l’azienda ha una gestione centralizzata e una mission definita, ben presto tutte queste intelligenze finiranno col seguire la stessa logica e perseguire gli stessi obiettivi, così come tutta la mano d’opera continuerà a essere valutata in base al costo, che dovrà essere il minore possibile per unità di prodotto. I capitali, liberi di muoversi in un mercato unico globale e standardizzato, affluiranno tutti verso tre soli poli: le grandi metropoli dove ci sono più intelligenze formate in ottime università, le regioni dove la mano d’opera costa meno e i luoghi dove si può evitare di pagare le tasse e si può inquinare l’ambiente. È esattamente quello che abbiamo visto succedere negli ultimi decenni. Non è detto che un’eventuale suddivisione dei mercati in blocchi in competizione fra loro sia negativa sul medio e lungo termine, anche se nel breve termine provocherà sconvolgimenti.

 

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