Globalismo o sovranismo
Altro sistema economico, altra politica

10/06/2019

Decenni di stabilità nella struttura economica e politica delle società occidentali ci hanno disabituati a ragionare sugli stretti legami fra sistema produttivo, identità sociale e sistema politico, anche se i conflitti interetnici nei Balcani, in Ruanda e in Medio Oriente avrebbero dovuto mantenere all’erta le nostre menti.

La caduta dell’Unione Sovietica e la tecnologia digitale hanno profondamente cambiato anche l’Occidente a partire dai primi anni ’90. Dopo quasi trent’anni di sempre maggiore liberalizzazione degli scambi e sempre più complesse organizzazioni sovranazionali per gestirle, l’equilibrio economico fra gli stati è cambiato in modo sostanziale, ma è cambiato ancora di più l’equilibrio fra le classi sociali all’interno dei singoli paesi. Nei paesi occidentali questo processo ha portato all’aumento delle differenze e alla forte contrazione della classe media, che fino al 1990 era costituita da masse di impiegati, operai e piccoli imprenditori in proprio. Costoro negli ultimi decenni si sono visti ricacciare verso una relativa povertà. Com’era prevedibile, hanno reagito cercando protezione dalla concorrenza internazionale e il ritorno a una politica nazionale sovrana. È tornata perciò la discussione su meriti e demeriti del nazionalismo etnico, che la maggior parte degli Europei considerava non soltanto obsoleto, ma anche deleterio e non più proponibile come ideologia politica.

In Italia la discussione sul nazionalismo etnico si è avviata più tardi che in altri paesi dell’Occidente. Ma nelle università americane alcuni storici, sociologi e politologi avevano previsto il ritorno del nazionalismo come forza propulsiva della politica sin dai primi anni del 2000.

Particolarmente apprezzabile per la sua lucidità è il breve saggio che qui ripubblichiamo (tradotto da noi, con l’originale inglese allegato in calce), scritto all’inizio del 2008 dallo storico Jerry Z. Muller, che speriamo apprezzerete anche voi. Ancora non s’era rivelata appieno la crisi finanziaria e non era iniziata la crisi economica, l’Unione Europea pareva progredire in armonia verso un radioso futuro. Ci saremmo messi a ridere se qualcuno ci avesse detto che qualche anno più tardi Trump sarebbe diventato presidente degli USA promettendo di uscire dagli organismi sovranazionali faticosamente costruiti per decenni dalle amministrazioni precedenti, che gli Inglesi avrebbero votato per la Brexit o che a Barcellona la maggioranza della popolazione avrebbe chiesto a gran voce l’indipendenza dalla Spagna. Ma Muller capiva che il nazionalismo stava tornando all’opera, soprattutto in Europa, e che forse molte altre parti del globo dovranno cambiare forma politica e confini statali secondo linee etno-nazionali, man mano che la modernità rivoluzionerà i sistemi economici − perciò i sistemi sociali − nelle regioni che sono rimaste tradizionali e stagnanti.

Il passo seguente sarà chiedersi come potrà essere politicamente e socialmente organizzata e bilanciata la coesistenza di una grande economia globalizzata, gestita da corpose minoranze interculturali e internazionali, con economie regionali legate al territorio, che daranno lavoro a maggioranze probabilmente sempre più gelose delle proprie identità locali. La storia offre esempi raramente incoraggianti: le stragi di Ebrei in Europa, di Armeni in Turchia e di Tutsi in Ruanda furono compiute da masse nazionali che si sentivano ‘sfruttate’ da minoranze tradizionalmente più acculturate, più abili nel commercio e nelle professioni libere, che perciò costituivano una élite. Per politici nazionalisti demagoghi, o ‘populisti’, fu incredibilmente facile organizzare la strage di queste élite dopo un lungo processo di demonizzazione della loro identità etnica. Quell’identità etnica che era strettamente legata proprio all’appartenenza a un diverso sistema di produzione di valore economico.

Gli Armeni parlavano più lingue, mantenevano rapporti con i popoli cristiani appartenenti ad altri stati, erano più colti, perciò vivevano di commerci e di professioni liberali, che rendevano di più dell’agricoltura o della pastorizia praticata dalla massa dei Turchi dell’Anatolia. Perciò erano orgogliosi di mantenere la loro identità e la loro cultura, non aspiravano ad assimilarsi e diventare Turchi, mussulmani e contadini. Nel 1915 furono oggetto di genocidio da parte dei Turchi.

I Tutsi erano pastori delle alture, si nutrivano di carne e latte perciò erano alti e robusti, avevano tempo libero per addestrarsi a divenire anche guerrieri e sacerdoti. Avevano la stessa religione degli Hutu e parlavano più o meno la stessa lingua, ma gli Hutu vivevano nelle valli e facevano i contadini, lavoravano la terra dall’alba al tramonto, avevano un’alimentazione povera di proteine e di latte perciò erano più piccoli. Fra tribù tutsi e tribù hutu c’erano legami clanici, cioè si facevano matrimoni misti e si praticavano costanti scambi di prodotti, oltre a incontri per cerimonie religiose comuni e feste comuni. Ma con la colonizzazione europea la struttura economica cambiò, cambiò la cultura generale del Ruanda e nell’arco di alcuni decenni gli Hutu si convinsero di essere sempre stati sfruttati e oppressi dai Tutsi. Nel 1994 scesero per strada e li uccisero a centinaia di migliaia a colpi di machete, su istigazione del governo.

Gli Ebrei fin dalla fine del I secolo d.C. decisero di mantenere la propria identità attraverso lo studio. Coloro che non vollero farlo, o non poterono farlo perché lo studio costava troppo ed era inutile per la vita contadina, si convertirono al cristianesimo, considerandolo una forma di ebraismo con regole di vita meno esigenti. Le poche famiglie ebree che si impegnarono a far studiare i figli generazione dopo generazione appena possibile usarono il vantaggio della cultura per dedicarsi ad attività molto più proficue dell’agricoltura: commercio, medicina, artigianato, industria, finanza. Così l’identità ebraica si rafforzò e si mantenne attraverso i millenni perché basata non tanto sulla religione, ma soprattutto sulla cultura e sulla specializzazione in attività economiche di élite. Questo suscitò l’invidia sociale prima delle masse contadine, poi delle masse che a partire dalla metà del XIX secolo aspiravano a migliorare la propria posizione socioeconomica attraverso l’istruzione e l’inurbazione, trovandosi a competere con Ebrei che già occupavano le posizioni migliori. Negli anni 1940 finì, come sappiamo, con la Shoah.

Come riusciremo a prevenire futuri conflitti sociali insanabili fra le élite culturali ed economiche globalizzate e le maggioranze che rimarranno legate alle economie locali e presumibilmente rafforzeranno le loro identità locali? Questo è il dilemma che la politica deve urgentemente affrontare.

Ma iniziamo col riflettere su quanto scrive Muller. 

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