Didattica della Shoah, un confronto di grande interesse

04/03/2019

La prova certa dell’efficacia del lavoro degli insegnanti che si sono ritrovati a discutere di didattica della Shoah il 24 febbraio scorso nella nostra sede consiste nel gran numero di studenti ed ex studenti che hanno scelto di accompagnarli e di narrare le loro esperienze personali nello sviluppo dei progetti. Bambini della scuola primaria sono venuti a raccontarci con orgoglio come hanno ideato e realizzato il loro libro illustrato o il loro arazzo, e come erano emozionati quando, in quanto vincitori del concorso I giovani ricordano la Shoah, sono stati ricevuti dal Presidente della Repubblica e sono “andati in tv mondiale” (sic!). Giovani donne ormai in procinto di laurearsi hanno raccontato come i progetti sviluppati in gruppo grazie all’impegno e all’abilità della loro professoressa ( prof. Gazzi del Liceo D. Berti) abbiano donato loro una nuova consapevolezza e un nuovo senso di responsabilità verso la trasmissione della memoria, tanto che alcune di loro hanno continuato a farsi carico di questo compito anche fuori dalla scuola, di loro iniziativa.

Quali sono le caratteristiche comuni di questi progetti didattici esemplari? Quale è il valore didattico delle testimonianze? Come svelare gli eventuali pregiudizi assorbiti dall’ambiente in cui i ragazzi vivono e come aiutare a superarli senza sviluppare conflitti? Come evitare il rischio di banalizzazione della Shoah come evento storico? A queste e ad altre domande ha cercato di dare risposte la vivace discussione a più voci, guidata dal prof. Alberto Cavaglion, sia durante sia dopo la presentazione dei cinque ‘casi esemplari’ da parte di cinque docenti e studenti o ex studenti di cinque scuole diverse, che rappresentavano diversi gradi e ordini di scuola.

 

1 - Una didattica attiva che rende gli studenti protagonisti del processo educativo

La prima lampante evidenza è che i progetti sono didatticamente efficaci quando coinvolgono attivamente gli studenti o alunni, impegnandoli sia personalmente sia in gruppo nel lavoro di ricerca documentale, riflessione, ideazione e pianificazione necessario alla realizzazione di opere finali quali interviste, arazzi, sculture, video, libri, doppiaggio di video di documentazione non disponibili in italiano, spettacoli teatrali originali di cui i ragazzi producono sceneggiatura, coreografia, scenografie e colonna musicale. La partecipazione attiva a progetti creativi complessi trasforma studenti apparentemente svogliati in giovani ‘curiosi e grintosi’, secondo la definizione di una docente.

2 - Progetti ad accumulo circolare, di lunga durata

La seconda caratteristica di una buona didattica della Memoria, ha spiegato la docente Donatella Tuberga della scuola elementare “Domenico Luciano” di Givoletto, è che deve essere un progetto di lunga durata attorno al quale sviluppare in spirali circolari competenze e conoscenze sempre più complesse, più varie e più approfondite, a partire da un primo passo che solleciti l’empatia, ma in modo adatto a ogni diversa età. Lei sviluppa progetti a spirali circolari per quattro anni consecutivi con gli stessi bambini, dalla seconda alla quinta elementare, poi il lavoro viene ripreso e sviluppato dai colleghi della scuola media di Druento, che fa parte dello stesso I.C.

3 - Importanza e limiti dell’empatia

Le esperienze personali di docenti e studenti hanno fatto emergere in maniera trasversale l’importanza di far leva sulle emozioni degli studenti, per stimolare in loro l’empatia. L’emozione imprime i ricordi nella memoria, perciò è la base su cui costruire anche la conoscenza storica, ha sottolineato la prof. Michela Cella della Scuola media Bellini di Novara.

D’altra parte è stato evidenziato da molti quanto sia scivoloso il ricorso all’empatia, che rischia di diventare un’arma a doppio taglio. Se si tralascia lo spessore storiografico – per esempio non indagando e analizzando le cause profonde dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo e lasciando intendere la Shoah come un fenomeno che nasce e si esaurisce nel giro di alcuni decenni − non solo non si può far comprendere ai ragazzi la storia, ma non li si aiuta a comprendere neppure gli eventi che si svolgono sotto i loro occhi. Come efficacemente detto da Alberto Cavaglion, “I docenti devono ‘sporcarsi le mani’ e spiegare perché e quando nascono certi pregiudizi”.

4 - Fare della storia un’esperienza viva che influisce sui comportamenti

Non occorre rinunciare all’emozione e all’empatia, ma farne una leva, un primo passo cui seguiranno, negli anni successivi, nuovi livelli di analisi e interpretazione. Con i bambini della scuola primaria si parte dunque dalla narrazione, indispensabile per catturare la loro attenzione, per poi sommare nel corso degli anni nuove forme e linguaggi (musica, pittura ecc.) che non servono solo al docente per trasmettere informazioni e sviluppare competenze, ma anche agli studenti per esprimere ciò che hanno interiorizzato e rielaborato. Si tratta di un lavoro continuo, strutturato con lungimiranza e consapevolezza, che inizia a parlare di Shoah pur non parlandone esplicitamente, che si sofferma sulle storie personali – più facili da comprendere e capaci di stimolare la famosa empatia – cercando di sottolineare gli aspetti più positivi e formativi, compatibilmente all’età degli studenti. Con i più piccoli, per esempio, si possono fare eccellenti percorsi didattici partendo dalla conoscenza dei Giusti e delle loro scelte coraggiose. Nelle mani di una maestra come Donatella Tuberga, la storia di queste persone che hanno scelto consapevolmente di rischiare la propria vita per salvare le vittime di un’enorme ingiustizia diventa mezzo per far riflettere i bimbi anche su di sé, per fargli domandare: “Perché non ci alleniamo anche noi a essere buoni?” Se scatta questo meccanismo, se la Storia diventa fonte di esperienza viva e forgia i comportamenti dei singoli, allora si può essere felici e riconoscenti, perché è stato fatto davvero un lavoro importante.

5 - Sviluppare il senso di comunità e solidarietà attraverso la realizzazione del progetto

Molti interventi hanno mostrato concretamente come l’impatto di una buona didattica della Shoah non agisca soltanto sul singolo studente e sulla sua coscienza, ma abbia ricadute estremamente positive anche sul gruppo classe. Lo raccontano bene alcune ex studentesse del liceo “Domenico Berti” di Torino quando ricordano i tanti spettacoli messi in scena negli anni con la professoressa Paola Marzia Gazzi: spettacoli in cui i ragazzi, dovendosi mettere in gioco in prima persona di fronte al pubblico per fare cose che non avevano mai fatto prima (ballare, cantare, recitare ecc.), hanno sentito la necessità e la bellezza del sostenersi a vicenda, hanno avuto la consapevolezza di essere parte di un gruppo in cui ognuno aveva bisogno dell’altro per realizzare qualcosa.

6 - Peer education, gli studenti diventano docenti

Diversa ma altrettanto positiva l’esperienza di lavorare in un gruppo più eterogeneo e inusuale della classe di appartenenza; è ciò che è accaduto ai ragazzi della scuola media “Bellini” di Novara. Grazie all’aiuto e alla competenza di Elena Mastretta (responsabile attività didattica e formazione dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara), la professoressa Michela Cella e i colleghi hanno potuto ricevere un’approfondita formazione e hanno fatto lavorare i propri ragazzi di 12 o 13 anni con studenti del liceo che stavano affrontando le stesse tematiche. Si sono così preparati insieme a festeggiare il settantesimo anniversario della Costituzione e a ricordare gli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali. Hanno quindi fatto esperienza di peer education, di efficace trasmissione di conoscenza tra i membri di uno stesso gruppo. Attraverso una comunicazione paritaria e non formale, i ragazzi del liceo si sono fatti modello positivo per i più piccoli e sono stati protagonisti, responsabili in prima persona di trasmettere conoscenza – si sono fatti testimoni.

7 - Coinvolgere le famiglie e il territorio

L’esempio di Novara ha permesso di sottolineare un altro aspetto ricorrente nelle osservazioni di chi è intervenuto: è necessario che il lavoro svolto sulla Shoah esca dalle aule scolastiche, arrivi attraverso i ragazzi alle famiglie e alla cittadinanza; è necessario che i ragazzi partano dalle proprie rielaborazioni, ma che poi parlino agli altri. Molte delle esperienze didattiche illustrate hanno sviluppato il dialogo e la collaborazione con enti pubblici, dalle circoscrizioni ai comuni, dai musei agli archivi, nella continua ricerca di un ancoraggio al territorio che, a quel che è emerso, pare funzionare meglio nelle scuole di provincia.

Un altro metodo di ancoraggio al territorio è cercare documenti e testimonianze sulle storie di ex studenti o ex docenti della scuola stessa, o ex residenti del quartiere che ebbero la vita sconvolta dalle leggi razziali, dalla guerra, dalla Shoah o dalla Resistenza, ricostruendone la storia personale, quella delle famiglie, dei vicini di casa, degli ex compagni di classe. Questo è un percorso seguito dai docenti e studenti del liceo Berti a Torino, per esempio, e dal liceo D’Azeglio, che hanno anche posto pietre d’inciampo davanti all’ingresso in memoria di loro ex studenti, dopo aver loro dedicato spettacoli, mostre, libri biografici.

8 - L’incontro con i testimoni

I giovani che sono venuti a trovarci domenica hanno avuto tutti l’immensa fortuna – di cui ci sono parsi davvero consapevoli e grati – di aver incontrato anche i testimoni veri e propri: Susanna Raweh, Aldo Liscia, Guido Foa (e prima il padre Massimo), Adriana Ottolenghi, Liliana Segre, Franco Debenedetti Teglio. L’incontro con i testimoni resta un’esperienza insostituibile, perché, come ha ben sottolineato la professoressa Elisabetta Acide (IIS “Calamandrei” di Crescentino e IIS “Ferraris” di Vercelli) “il testimone è la persona che rende tangibile l’incomprensibile”. Nel contatto diretto con il testimone i giovani avvertono il dolore che si rinnova nel racconto, ma che viene affrontato perché il testimone sente il dovere di trasmissione della memoria proprio a loro. Questa è una chiave che apre un mondo di riflessioni e di rielaborazioni. Sono centinaia gli scritti e i disegni che persone come Susanna, che da anni incontra studenti nelle scuole, ricevono in dono dai ragazzi, dopo la testimonianza. Alcuni sono stati oggetto di una bellissima mostra didattica: segni tangibili, sulla carta, dei segni di altra natura che la sua storia ha lasciato nei ragazzi.

9 - Basta con ‘sta Shoah e con ‘sti ebrei’?

Si potrebbe pensare che tutti siano convinti dell’indiscutibile necessità di continuare a lavorare sulla memoria della Shoah. Ma così non è. La tavola rotonda è stata proficua anche perché non ci si è limitati all’esposizione di begli esempi e buone pratiche, ma si è cercato di vagliare anche gli aspetti più problematici e complessi di un lavoro difficile, svolto spesso senza che ai docenti sia dato appoggio o, peggio, nonostante gli venga opposta una serie di ostacoli. Dalle perplessità delle famiglie a quelle dei colleghi (“Vuoi parlare ancora di Shoah? Anche quest’anno?!”); dall’inadeguatezza di molti testi scolastici in cui la Shoah sembra un incidente della Storia, che non ha radici prima e non ha propaggini poi, fino alla malafede di certi ambienti in cui viene ignorata o negata (e così capita che studenti di origine ucraina o marocchina scoprano in Italia una storia che non era mai stata raccontata), tutti i docenti hanno esperienza di forti opposizioni. Perciò la didattica della Memoria viene spesso lasciata al singolo docente: non solo alla sua preparazione storica e alla sua creatività, ma alla sua determinazione nel voler superare gli ostacoli frapposti dall’ambiente al lavorare con i ragazzi su questi temi, non in nome di un valore precettivo della memoria che si ferma il 27 gennaio, ma nella didattica di tutti i giorni, magari traendo spunto da ciò che accade attorno ai ragazzi, dai fatti di attualità di cui sentono parlare.

10 - L’attualizzazione della memoria e il pericolo di banalizzazione

La professoressa Antonella Carlucci e gli studenti della scuola secondaria di primo grado “Don Milani” di Druento hanno realizzato quest’anno un bellissimo video muovendosi sul filo sottile ma netto della comparazione/sovrapposizione della Shoah con altre tragedie – nella fattispecie le morti in mare dei migranti. Si tratta di un processo in cui il rischio di banalizzazione, di confronto semplificatorio, di cecità storica è sempre dietro l’angolo, come ha ben spiegato la prof. Gazzi; eppure, come ha fatto notare Alberto Cavaglion in conclusione dei lavori, la comparazione è pericolosa ma necessaria, perché conoscere significa anche confrontare. Confrontare è un esercizio razionale utilissimo alla comprensione, purché il confronto metta in evidenza anche le differenze di causa e di scopo, di numeri, di condizioni ambientali, di sviluppo storico e ideologico, di condizione giuridica.

Il ricordo più forte e più positivo della giornata − anche il più inaspettato per noi organizzatori − è l’evidente consapevolezza acquisita dagli ex studenti del dovere di compiere scelte personali negli accadimenti politici e sociali, perché la scelta è sempre possibile persino in circostanze estreme e perché la scelta riguarda sempre anche noi, definisce chi siamo noi e che futuro vogliamo, anche quando apparentemente riguarda soltanto altri. Come hanno osservato alcuni docenti in conclusione dell’evento, nessuno dei molti studenti intervenuti sarà mai antisemita o razzista, nessuno rimarrà indifferente davanti a gravi violazioni della giustizia. Grazie al buon lavoro fatto con i loro docenti, saranno loro i testimoni della memoria per il futuro. 

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