Quale configurazione per l’Europa di domani?

10/02/2019

Il fenomeno è ormai lampante: gli interessi delle grandi aree urbane sono legati agli scambi globali, allo sviluppo di aziende multinazionali di dimensioni sempre maggiori, invece gli interessi delle regioni agricole e delle cittadine in cui le industrie sono ormai chiuse (per la pressione della concorrenza globale) richiedono la protezione delle produzioni e delle risorse locali dalla concorrenza. I due modelli di sviluppo divergono, perciò divergono le scelte politiche e diverge la percezione delle solidarietà e delle rivalità all’interno del gruppo sociale di appartenenza.

Serpeggia in tutta Europa il desiderio di secessione da parte delle grandi aree urbane, le più ricche, che perciò pagano più tasse e per lo più pensano di non ricevere in cambio abbastanza investimenti e abbastanza servizi dallo stato. Serpeggia in tutta Europa anche la ribellione delle regioni agricole di provincia, più povere, che ricevono più aiuti ma ritengono che i loro interessi siano ignorati o sacrificati dalle élite urbane e cosmopolite.

Questa tendenza era già evidente nella separazione (pacifica) fra Cekia e Slovacchia, ma allora fu attribuita al persistere – presumibilmente temporaneo − di antichi nazionalismi. Ma la chiara divisione nelle scelte politiche fra il nord e il sud d’Italia alle ultime elezioni non è frutto del risorgere di antichi nazionalismi. Riemergono piuttosto antichi regionalismi a sostegno ideologico di rivendicazioni nuovissime. La Catalogna fa parte della Spagna da 500 anni, ma le condizioni perché il desiderio di secessione si estendesse alla maggioranza dei suoi abitanti si sono verificate negli ultimi 10 anni, non prima. Anche la rivolta dei gilet gialli in Francia ha basi socio-economiche chiarissime, che nulla hanno a che vedere con le ideologie nazionaliste.

Nel Regno Unito la Brexit sta spaccando il paese. Un paese coeso e orgoglioso, capace di dominare mezzo mondo e di tener testa all’Impero napoleonico e alla Germania nazista sarà diviso e umiliato da burocrati di Bruxelles privi di potere militare e politico, ma ministri del libero mercato globale? In realtà il Regno Unito era già socialmente ed economicamente spaccato prima del referendum. Se il governo che indisse il referendum avesse sospettato che il 52% della popolazione avrebbe scelto di uscire dall’Unione Europea, non l’avrebbe indetto. Ma le élite al potere non conoscevano abbastanza la realtà, non avevano capito quanto gli interessi divergessero e quanto il paese fosse spaccato. Chi votò per la Brexit voleva protezione per la manodopera e per le attività locali. Però l’uscita dall’Unione Europea non soltanto danneggerà gli interessi economici delle aree e delle fasce di popolazione che hanno votato per rimanere nell’Unione, ma fa anche riemergere il problema della divisione dell’Irlanda e rischia di riaccendere la guerra civile nell’Irlanda del Nord.

Presa coscienza di questa situazione, occorre pensare politiche che evitino di acuire la divisione fino ad arrivare a richieste di secessione (che non risolvono i problemi) e a possibili guerre civili.

Occorre anche riflettere su chi determinerà in futuro le regole internazionali che regolano il commercio, la concorrenza tecnologica ed economica. Chi avrà l’egemonia in un sistema globale? Fino a vent’anni fa non avevamo dubbi: l’Occidente aveva vinto la guerra ideologica tecnologica ed economica, dunque le istituzioni sovranazionali pensate dall’Occidente (cioè da noi) avrebbero regolato il mondo e noi ne avremmo tratto il massimo beneficio. Ora sappiamo che non è così.

Gli USA di Trump stanno attuando una svolta strategica che avrà lunga durata: stanno cercando di ridefinire i blocchi di paesi che possono avere interessi comuni di lungo periodo e i blocchi di paesi che invece si pongono inevitabilmente in concorrenza sul lungo periodo. Questo obbliga anche noi Italiani, e tutti gli altri Europei, a chiederci quali sono i nostri interessi di lungo periodo in un’epoca storica in cui i sistemi di produzione e di comunicazione rendono i confini nazionali troppo stretti, inadeguati per permetterci di essere tecnologicamente all’avanguardia ed economicamente forti – ma l’apertura piena alla concorrenza globale si è dimostrata troppo rischiosa.

Per noi la questione più importante oggi è capire che configurazione assumerà l’Unione Europea, quali interessi prevarranno, come noi ne potremo far parte in modo proficuo.

Le possibilità, come sempre nella storia d’Europa, sono soltanto due, soprattutto dopo la Brexit: o la Francia e la Germania diventano più solidali e fondono le loro economie e le loro politiche (come ai tempi di Carlo Magno o come tentarono di fare Napoleone e Hitler con le loro guerre) e gestiscono insieme l’egemonia sull’Europa intera, mettendo tutti gli altri paesi in secondo piano, oppure Francia e Germania finiscono col porsi in concorrenza e attorno a loro si creano due blocchi di paesi alleati, con l’Italia che oscilla fra l’uno e l’altro blocco a seconda delle circostanze (non a caso nel XX secolo l’Italia cambiò ripetutamente alleanze).

Si vedano nelle mappe in testata come le due configurazioni di base ritornano costantemente nella storia, l’una basata sull’unione politica franco-tedesca, l’altra basata sulla netta separazione fra Francia e Germania.

L’Europa franco-tedesca finirebbe col porsi come unico blocco a se stante, potenzialmente in concorrenza con gli USA. Nel secondo caso potrebbero tornare a configurarsi una Europa occidentale legata agli USA (e interessata allo sviluppo dell’Africa) e un’Europa tedesco-orientale la cui economia sarebbe più legata a quella della Cina e della Russia che a quella degli USA. 

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