Musulmani europei: quanti sono, come la pensano?

05/10/2018

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Secondo le stime più attendibili i musulmani d’Europa oggi sono circa 33 milioni, approssimativamente il 6% dell’intera popolazione. Molti europei li guardano con disagio e timore, un po’ perché la popolazione musulmana cresce rapidamente ed è giovane, mentre le altre invecchiano e diminuiscono di numero, un po’ perché da settembre 2001 in poi di terrorismo e di atti di ferocia nel mondo islamico ci tocca parlare molto spesso, il che ovviamente non contribuisce a suscitare attitudini e aspettative positive riguardo gli islamici.

Il 45% di tutti i musulmani in Europa vivono in soli tre paesi: 5,7 milioni in Francia, 5 milioni in Germania, 4,1 milioni in UK. Il processo di integrazione in questi tre paesi è osservato in tutta Europa con interesse non scevro di apprensione. Mentre gli immigrati da altri paesi europei nell’arco di qualche decennio ‘scompaiono’ come gruppo a se stante e si amalgamano nelle società in cui vivono e lavorano, il residuo di disagio sociale e di mancata integrazione nei gruppi di immigrati musulmani pare essere più significativo, anche nelle seconde generazioni. Anche i Cinesi e gli Indiani tendono a rimanere visibili e coesi come gruppo, non si diluiscono in fretta nella società circostante, però non mostrano particolari difficoltà a inserirsi nell’economia e ad adattarsi alle norme e abitudini di vita del paese di cui diventano residenti o cittadini.

L’ondata di immigrazione musulmana in Francia, Germania e Inghilterra è successiva alla Seconda guerra mondiale. All’Europa distrutta dalla guerra occorrevano braccia ed energia per la ricostruzione. Nel 1936 in Francia c’erano 70000 musulmani, nel 1960 erano un milione. In Inghilterra la popolazione musulmana passò da 105000 a 668000 persone negli anni fra il 1960 e il 1970. Nel 1951 in Germania c’erano 20000 musulmani, nel 1971 erano 1,2 milioni.

La maggioranza dei musulmani francesi vennero dall’Algeria, allora colonia francese, ma oggi gli algerini sono soltanto un terzo dei musulmani francesi. Anche in Inghilterra gli immigrati vennero dalle ex colonie, in maggioranza dal Pakistan e dal Bangladesh. Gli immigrati da ex colonie conoscevano lingua e leggi, sapevano che cosa li aspettava, erano disposti a integrarsi. Avevano il diritto di diventare cittadini del paese ospitante, al verificarsi di certe condizioni. La Germania invece ricevette grandi quantità di lavoratori dalla Turchia, paese alleato nelle grandi guerre del XX secolo, ma non li trasformò in cittadini fino ai tardi anni ’90: rimasero come residenti per motivi di lavoro, che quando perdevano il lavoro venivano rimandati nel paese di origine. Oggi vivono in Germana circa 3 milioni di cittadini tedeschi musulmani di origine turca.

Dagli anni ’80 la crescita economica ristagna nei paesi dell’Europa occidentale, ma gli immigrati hanno continuato ad arrivare, sia dai paesi dell’est appena entrati dell’Unione Europea, sia dalle ex colonie. La competizione fra masse di lavoratori locali e gruppi di immigrati per i posti di lavoro, per l’assistenza sanitaria e sociale e per l’ottenimento di case popolari a basso costo ha raggiunto livelli elevati e ha provocato reazioni tanto forti nell’opinione pubblica da portare alla Brexit e alla fortuna di partiti ‘sovranisti’, che fra di loro hanno poco in comune oltre l’opposizione a ogni ulteriore immigrazione e la colpevolizzazione dell’Unione Europea per non provvedere ad arrestare i flussi di migranti.

Una parte significativa dei musulmani in Europa ha reagito rafforzando la parte islamica della propria identità per difendere o rivendicare i propri diritti anche come comunità. Si sono sviluppati quartieri e persino città in cui i musulmani sono maggioranza, vestono in modo da essere riconoscibili a colpo d’occhio come islamici. In queste aree i residenti applicano il diritto di famiglia in base alla legge islamica e parlano la lingua d’origine, non quella locale. Un’indagine universitaria ha rilevato che il 16% dei musulmani che vivono in Inghilterra oggi non parlano inglese o lo capiscono pochissimo.

In Francia secondo l’Institut Montaigne il tasso di disoccupazione fra i musulmani è del 30%, contro il 9,1% della media nazionale. In Germania il tasso di disoccupazione fra la popolazione di origine turca è del 16%, contro il 5,2% della media nazionale. Secondo l’istituto PEW, il tasso di fertilità della popolazione musulmana nei paesi europei è circa il 70% più alto delle medie nazionali. E l’immigrazione in Europa dal 2010 in poi è soprattutto musulmana. Mentre la mobilità della mano d’opera fra i diversi paesi dell’Unione Europea si è molto ridotta dopo il picco degli anni ’90, gli arrivi dai paesi musulmani sono aumentati. In Germania dal 2010 al 2015 sono arrivati più di un milione di immigrati da paesi musulmani.

Si inizia a vedere qualche preoccupante segno di ostilità anche verso altri gruppi riconoscibili di immigrati, i neri che vengono da vari paesi africani. Ma sono pochi, anche nei paesi in cui sono più numerosi: in Inghilterra sono il 3%, in Francia l’1,5% della popolazione totale. Ci sono anche gruppi significativi di Cinesi, Indiani, Vietnamiti, ma tendono a mantenere un basso profilo per non creare problemi, si arrangiano lavorando e piuttosto tirano la cinghia, ma chiedono poco all’assistenza sociale, poco al sistema sanitario.

Fra i musulmani d’Europa si sono invece create piccole enclave di persone che rifiutano l’integrazione, considerano corrotti i costumi europei, reclamano la superiorità della legge religiosa (che considerano equivalente alla legge morale) rispetto alle leggi dello stato, reclamano il massimo dall’assistenza sociale tramite gruppi di avvocati che si specializzano in tale attività, coltivano rapporti con gruppi politici e religiosi dei paesi d’origine, rifiutano i matrimoni misti. Per lo più sono francamente stupiti e anche indignati se questi atteggiamenti suscitano reazioni ostili, perché ritengono che proprio questa sia la ‘libertà’ che i loro genitori o loro stessi sono venuti a cercare in Europa: la libertà di costituire una comunità autonoma con l’aiuto dello stato stesso. Non concepiscono la libertà di coscienza e di iniziativa come diritto individuale, ma come diritto di gruppo.

Si tratta di piccoli gruppi, ma fanno molto rumore e creano molta ansia. Un recente sondaggio condotto da autorità statali ha rilevato che l’86% dei musulmani in Inghilterra si sentono Inglesi, apprezzano le leggi inglesi e la società inglese, vogliono che i loro figli si sentano inglesi al 100%. Tuttavia il 23% dei musulmani inglesi ritiene che nelle comunità musulmane il diritto di famiglia dovrebbe essere regolato dalla sharia, il 9% sostiene che la poligamia deve essere legalizzata, il 32% ritiene giusta la pena capitale per chi offende Maometto, il 4% giustifica moralmente e politicamente il terrorismo jihadista. Tradotto in numeri, questo significa che in Inghilterra oggi circa 900000 musulmani non credono nella libertà di opinione e di coscienza, 150000 dichiarano aperta simpatia per i terroristi.

In Francia l’indagine dell’Institut Montaigne ha trovato che il 71% dei musulmani apprezza lo stato laico alla francese, ma il 29% considera la sharia superiore alle leggi secolari dello stato. Questo 29% è costituito in prevalenza da giovani con bassa scolarità che vivono in quartieri di soli musulmani. La cosa più preoccupante è che il 50% dei giovani musulmani in Francia ritiene il legame all’Islam più forte e più importante del legame alla nazione francese, mentre nella fascia d’età superiore ai 40 anni l’identità islamica prevale sull’identità francese soltanto nel 20% dei casi.

Il panorama in Germania è più variegato. La massa degli immigrati fuggiti recentemente dalla Siria non ha ancora avuto modo di integrarsi, ovviamente. Non sono ancora integrati neppure il milione di musulmani arrivati in Germania fra il 2011 e il 2015, anche perché la Germania non ha fatto una politica di integrazione culturale sociale e politica, ma piuttosto di accoglienza per il lavoro. Uno studio del 2015 del Bertelsmann Stiftung rivela che il 96% dei musulmani di seconda generazione, nati in Germania, sente un certo attaccamento alla cultura tedesca, ma considera il tedesco come seconda lingua, non come lingua madre, benché l’85% si diplomi in scuole tedesche.

Le difficolta di integrazione partono da un nodo specifico: gli immigrati che provengono da culture in cui religione e politica coincidono e la legge religiosa è anche la base della legge dello stato, hanno grande difficoltà a capire il concetto di stato laico – ancor di più ad applicarne i principi. In queste culture il concetto stesso di diritto appare inscindibile dalla formazione della comunità dei credenti, non appartiene all’individuo per il solo fatto di esistere. I diritti dell’uomo per queste culture esprimono la volontà divina, non sono implicite alla natura dell’uomo, e riguardano l’uomo in quanto appartenente a una comunità di altri uomini, altrimenti non hanno corpo – cosa che in pratica è vera.

Ovviamente considerare portatori di diritti i membri di una comunità e non ogni singolo individuo crea il presupposto per rafforzare l’identità e la solidarietà di gruppo, ma porta anche più facilmente alla rivalità e allo scontro fra i diversi gruppi comunitari. Nell’Europa moderna abbiamo risolto la questione ricorrendo al principio che ogni individuo è portatore di diritti naturali inalienabili, ma l’applicazione di tali diritti nella pratica quotidiana è definita entro limiti territoriali, non religiosi, né culturali, né razziali, né di genere. La legge dello stato si applica in modo uguale al territorio dello stato e a tutti gli abitanti di quel territorio. Gli abitanti di quel territorio statale compongono una ‘nazione’ e la nazione parla la stessa lingua. Per duecento anni abbiamo fatto guerre e istituito scuole dell’obbligo per far coincidere il più possibile lo stato con la nazione e con un territorio il più possibile ampio.

A questa concezione giuridica e politica si sono opposti periodicamente leader politici che si rifacevano alla religione o alla ‘razza’ o all’appartenenza a classi diverse di lavoratori per violare il legame fra diritto e territorio e giustificare sia la conquista di territori altrui, sia la differenziazione dei diritti sul territorio, fino a negare ad alcuni suoi abitanti il diritto di vivere, come fece il nazismo. Oggi queste dinamiche sono di nuovo attivamente all’opera, e anche le comunità musulmane d’Europa ne sono coinvolte. 

Gli immigrati che provengono da culture in cui religione e politica coincidono e la legge religiosa è anche la base della legge dello stato, hanno grande difficoltà a capire il concetto di stato laico

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