Quelle settimane del 2008 che hanno forgiato il nostro presente

13/08/2018

Ogni volta è inconcepibile che la guerra possa tornare quando si è appena conclusa. Fu così dopo le guerre napoleoniche, quando al Congresso di Vienna le potenze vincitrici pensarono che avrebbero restaurato il mondo che la Rivoluzione Francese aveva voluto distruggere; accadde dopo la Prima guerra mondiale, quando i vincitori pensarono di poter ridisegnare l’Europa a loro piacimento; poi dopo la Seconda, quando la creazione delle Nazioni Unite sembrò promettere un sistema internazionale in pace per sempre. Alcune di queste illusioni svanirono in fretta, altre ebbero vita più lunga. Ma tutte erano basate sull’idea che la coalizione vincitrice sarebbe rimasta immutata durante il periodo di pace e avrebbe guidato il continente o il mondo, impedendo il sorgere di altri conflitti e assicurando prosperità. Eppure col tempo la coalizione di Vienna si frantumò, Versailles preparò il terreno alla rinascita della Germania e la conferenza delle Nazioni Unite di San Francisco non fu altro che il preludio della Guerra fredda.

La stessa illusione si produsse nuovamente nel 1991, dopo il crollo dell’URSS. Le democrazie liberali avevano vinto e avrebbero dominato il mondo; l’alleanza basata sull’interdipendenza economica non avrebbe più riguardato soltanto i paesi anti-comunisti, ma sarebbe stata estesa al mondo intero. Il nazionalismo avrebbe lasciato il passo a istituzioni multinazionali che avrebbero assicurato pace e prosperità. Si era concordi sul fatto che il mondo avrebbe badato principalmente all’interesse economico, che la guerra, fatte salve le azioni di stati canaglia, era ormai universalmente riconosciuta come un metodo obsoleto di risoluzione delle controversie − e che gli interessi mondiali sarebbero stati gestiti da élite politiche, economiche e intellettuali. Ci furono guerre – Bosnia, Kosovo, Iraq – e ci fu l’11 settembre, che sicuramente mise in discussione questa visione; ma l’illusione sopravvisse ancora per un po’.

L’incantesimo venne spezzato dall’invasione russa della Georgia. Quello fu il momento in cui la Russia tornò sulle scene come potenza disposta a usare la forza per difendere quelli che considerava i suoi interessi. L’evento sconvolse le regole e gli schemi interpretativi del mondo post-bipolare: la Russia era considerata un paese distrutto, cui mancava la volontà e la capacità di imbarcarsi anche in una piccola guerra; si riteneva fosse una democrazia liberale, anche se imperfetta, con interessi che erano prima di tutto economici, dunque fare la guerra alla Georgia o a chiunque altro non sembrava una mossa razionale.

Non si comprese che la Russia non si considerava affatto un beneficiario del sistema occidentale di alleanze. In passato la Russia era stata povera ma potente, ora era ancora più povera, umiliata e disprezzata dagli altri e i Russi ritenevano fosse stata sistematicamente depredata dai finanzieri occidentali. Si era opposta ai bombardamenti NATO sulla Serbia, ma la sua posizione era stata ignorata. Aveva acconsentito a negoziare un armistizio tra la NATO e la Serbia a patto di esser parte alle forze di peacekeeping, ma poi ne venne esclusa. Venne detto ai Russi che la NATO non si sarebbe espansa nell’ex Unione Sovietica, invece lo fece. E Mosca dovette assistere alle ‘rivoluzioni colorate’ in Ucraina e Georgia, sostenute dagli Stati Uniti.

Il conflitto in Georgia scoppiò nel momento più delicato per le guerre in Iraq e Afghanistan, quando gli USA non erano in condizione di rispondere. La Georgia pensava di avere la promessa di protezione dagli USA, ma gli USA non potevano far fronte alla promessa e questo mandò un messaggio importante circa il valore della garanzia fornita dall’alleato americano.

Alla fine della Guerra fredda si diede per scontato che la Russia fosse finita, così come era avvenuto per la Germania dopo la Prima guerra mondiale. Si diede per scontato che avrebbe accettato lo status di partner di secondo piano dei vincitori, così come Germania e Giappone avevano fatto dopo la Seconda guerra mondiale. Ma dopo la Seconda guerra mondiale Germania e Giappone erano totalmente inermi, mentre sia la Germania tra le due guerre sia la Russia post Guerra fredda erano soltanto fortemente indebolite. Benché non comparabili dal punto di vista morale, Hitler e Putin emersero entrambi nello stesso modo, votandosi al perseguimento dell’interesse nazionale e pronti ad agire in sua difesa.

Intanto il presupposto economico del mondo post bipolare − secondo cui maggiore è l’integrazione tra i sistemi economici, minori sono le possibilità di conflitto − stava barcollando. Una delle caratteristiche del mondo post Guerra fredda era appunto un sistema economico profondamente integrato, in cui il libero movimento di capitali garantiva un ordine quasi del tutto privo di tensioni. Ma il problema dell’interdipendenza è che, così come può rapidamente far crescere e circolare il capitale, altrettanto rapidamente lo può distruggere. In altri tempi la crisi dei mutui subprime americani sarebbe rimasta una questione locale, ma nel 2008 i derivati erano venduti in tutto il mondo, così quando si scoprì che erano diventati carta straccia a tremare fu l’intero sistema finanziario globale.

L’interdipendenza riguardava anche il commercio, poiché si assumeva che più un paese esporta, più la sua economia è efficiente. Ma si dimenticava una verità fondamentale: il venditore è ostaggio della possibilità del compratore di pagare le forniture. Con la contrazione dei mercati globali, specie in Europa e negli Stati Uniti, la capacità di comprare e pagare prodotti e servizi diminuì enormemente. Le economie sviluppate che avevano deciso di produrre molto più di quanto il mercato interno potesse consumare andarono a sbattere contro un muro: non vendevano abbastanza per far girare appieno i loro impianti produttivi e pagare i lavoratori. Intanto le nazioni debitrici erano chiamate a pagare rapidamente i debiti, mentre le nazioni creditrici riscoprivano il nazionalismo.

L’assunto del mondo post bipolare era che il nazionalismo interferisse con il libero scambio e che il libero scambio è imprescindibile per avere prosperità. Questo può esser vero in teoria, ma in concreto si pongono almeno due problemi: quanto tempo occorre perché si manifestino i benefici del libero scambio? E come dovrebbero essere ridistribuiti i profitti all’interno dei vari paesi? La Cina ha dovuto cercar il modo di far fronte al crollo delle esportazioni e non si è trasformata in una democrazia liberale. La Russia e l’Arabia Saudita avevano scommesso che i prezzi del petrolio sarebbero rimasti elevati, invece con l’abbassarsi della domanda calarono molto. Gli interessi dei paesi dell’Unione Europea hanno iniziato a divergere profondamente da quando i creditori hanno fatto forti pressioni sui debitori perché pagassero quello che non potevano e non volevano pagare. E quelle disuguaglianze in seno all’Europa che non sembravano problematiche quando tutti guadagnavano, ora sono diventate un problema cruciale.

La crisi dei subprime rese impossibile il mantenimento del sistema post bipolare, ma la vera importanza della crisi sta nelle sue conseguenze. Sono riemersi nazionalismo e coscienza di classe e le élite che erano sorte nel mondo post Guerra fredda sono ovunque sotto pressione, specialmente in Europa e negli USA. Le istituzioni multilaterali sono ancora in piedi, ma al momento non è chiaro quale sia la loro vera rilevanza. Questa situazione era inevitabile: la Russia era destinata a riemergere, la Cina non poteva mantenere quei ritmi di crescita, l’UE non poteva pensare di far convergere gli interessi della Gran Bretagna con quelli della Grecia e gli USA non potevano fare a meno di tornare a porsi la solita domanda: che cosa fa per noi il mondo?

Nel giro di vent’anni l’ottimismo post Guerra fredda è svanito, come accade dopo ogni conflitto: all’ottimismo subentra la disillusione, cui fa seguito una ridefinizione delle alleanze. Ed è proprio questa la fase in cui ci troviamo da dieci anni a questa parte.

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