Rodrik: il libero scambio non sempre è forza di progresso

25/07/2017

L’esempio del protezionismo americano nella prima fase di globalizzazione

 

Dani Rodrik afferma che l’iper-globalizzazione attuale, cioè la globalizzazione non governata e regolamentata dagli stati, è incompatibile con la democrazia a causa della straordinaria diversità che caratterizza il mondo e che richiede politiche diverse per produrre equilibri sostenibili, anziché consolidare gli squilibri.

Il liberismo può rappresentare una forza regressiva o di progresso in base al posto che un paese occupa nell’economia mondiale e secondo il modo in cui le politiche commerciali vengono adeguate alle sue specificità economiche, sociali e politiche.

Rodrik cita gli Stati Uniti d’America dei primi decenni del 1800 quale esempio storico di come il liberismo possa essere al servizio di una causa politica socialmente regressiva.

La globalizzazione non è un fenomeno nuovo, è già nella sua terza fase.

La maggior parte degli storici dell’economia considera il ‘lungo secolo’ precedente il 1914 come l’era della prima globalizzazione. All’inizio del XIX secolo il commercio mondiale assunse tassi di crescita mai registrati in passato. I costi delle transazioni che ostacolavano il commercio di lunga distanza − le difficoltà di trasporto e comunicazione, le limitazioni imposte dai governi, i rischi finanziari e di incolumità personale − presero a calare in modo drastico. I flussi di capitali aumentarono. L’era fu caratterizzata da migrazioni in massa della manodopera, che lasciò le campagne per le città ed emigrò dalle regioni meno industrializzate verso quelle più industrializzate. A partire dagli anni Ottanta del XIX secolo in poi, grazie all’adozione diffusa del gold standard, i capitali poterono infine spostarsi a livello internazionale senza il timore di variazioni arbitrarie apportate al sistema monetario. Il liberismo economico e le regole introdotte dal sistema del gold standard indussero i responsabili politici di varie nazioni a concordare l’adozione di procedure internazionali comuni per ridurre al minimo i costi delle transazioni commerciali e finanziarie.

Fu il primo modello di capitalismo-globalizzazione, ispirato al pensiero di Adam Smith. Il mercato si emancipò da un controllo statale importante ed esteso, eredità del mercantilismo che aveva dominato il pensiero economico del XVII secolo, quando lo stato giocava un ruolo centrale nel sistema di commercio imperniato sulle Compagnie delle Indie. Il ruolo che Adam Smith (e poi i suoi epigoni) voleva assegnare allo stato era invece quello della “sentinella” che vigilava sul rispetto delle regole e sulla difesa del territorio, senza interferire con il mondo degli affari.

Tuttavia la politica del libero scambio non trovò ovunque consensi, come prova lo scontro negli Stati Uniti sulle leggi protezionistiche sul grano. Negli USA i contrasti in materia di tariffe doganali furono sempre al centro dei dibattiti politici nazionali, lo sono tuttora. Nel XIX secolo le politiche commerciali si inserivano direttamente nell’evidente disparità di vedute, a livello sociale ed economico, tra il Sud e il Nord del paese. Il Sud schiavista modellava la sua organizzazione sociale su un’economia d’esportazione di prodotti agricoli, soprattutto tabacco e cotone. Gli stati del Nord facevano invece affidamento su una base emergente di attività industriali, grazie alla quale riusciva a competere con l’Inghilterra. La prosperità del Sud dipendeva dal commercio internazionale, il Nord invece aveva necessità di proteggere la proprie industrie dalle importazioni. La Guerra Civile Americana degli anni tra il 1861 e il 1866 fu combattuta sia sul futuro della politica commerciale dell’America sia sullo schiavismo. Fin dall’inizio del conflitto Abraham Lincoln decise di aumentare le tariffe doganali. Verso la fine del XIX secolo gli Stati Uniti erano un paese fortemente protezionista.

L’abolizione delle leggi protezionistiche sul grano è spesso vista come un’affermazione delle idee progressive del liberalismo a svantaggio dell’aristocrazia tradizionale e delle istituzioni di natura autoritaria. Il libero scambio nell’America del XIX secolo, invece, avrebbe rafforzato lo schiavismo attribuendogli il carattere di istituzione sociale e politica. Politiche commerciali liberali avrebbero prodotto vantaggi per gli interessi agrari restrittivi delle libertà personali. Il libero scambio e la buona politica spesso non vanno d’accordo.

Mercati e stati sono complementari, non in alternativa fra loro, afferma Rodrik. Un’economia di mercato che funzioni bene trova un amalgama tra stato e mercato, tra laissez faire e interventismo. I governi servono a salvaguardare la legittimità dei mercati proteggendo le persone dai rischi e dalle incertezze insite nell’andamento dei mercati. Le società industriali moderne hanno innalzato un ampio spiegamento di barriere di protezione sociale − retribuzioni per i disoccupati, assistenza in materia di risarcimenti assicurativi, interventi sul mercato del lavoro, assicurazione contro le malattie, sostegno alle famiglie − al fine di attenuare la richiesta di forme di protezione più rudimentali come l’introduzione di elevate barriere tariffarie. Lo stato sociale e i suoi costi sono il rovescio della medaglia dell’economia libera.

 

A cura di Ilaria Canzani

Il liberismo può rappresentare una forza regressiva o di progresso in base al posto che un paese occupa nell’economia mondiale e secondo il modo in cui le politiche commerciali vengono adeguate alle sue specificità economiche, sociali e politiche.

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