I Sauditi e l’incubo dell’attacco a La Mecca

05/07/2017

Noi abbiamo dimenticato l’attacco alla Grande Moschea di La Mecca del novembre 1979, ma i Sauditi no, tanto più che i tentativi di attacco si ripetono frequentemente. L’ultimo è stato sventato lo scorso giugno 2017.

La legittimità della famiglia regnante dei Saud è sempre stata basata sull’essere il braccio secolare del Wahabismo, forma particolarmente tradizionalista dell’Islam sunnita. Ma la necessità di conciliare il tradizionalismo sociale e religioso con la modernità dell’industria petrolifera e della vita contemporanea causa tensioni, evidenti già negli anni ’70. L’afflusso di petrodollari ha sempre permesso ai Saud di tenere tranquilla la popolazione, composta di tribù diverse, e i clerici fondamentalisti, inondandoli di denaro, ma gli ideologi più estremisti fin dagli anni ’70 aderiscono a tentativi di ribellione alimentati da personaggi che si ispirano alla fede apocalittica nella venuta del Mahdi, il Messia islamico che porterà la salvezza al mondo. Il primo capo dei ribelli fu Juhayman al-Otaibi, caporale nell’esercito che, ispirato dal successo della rivoluzione degli Ayatollah contro lo Shah in Iran, pianificò una analoga ribellione contro i Saud in Arabia.

Il 20 novembre 1979 al-Otaibi occupò il cuore della Grande Moschea con i suoi seguaci e annunciò al microfono che suo cognato era il Mahdi. Avvisata per telefono, la polizia e poi l’esercito chiusero e circondarono l’area della Moschea. Ma la reazione fu lenta: l’attacco era del tutto inaspettato, molti membri del governo erano all’estero, il re era ammalato, non c’erano piani pronti per una situazione del genere. Spargere sangue nella moschea sarebbe stato un crimine gravissimo agli occhi di tutti gli islamici. Quando l’esercito fu autorizzato all’attacco, i ribelli, che avevano preparato molte armi, iniziarono a sparare e respinsero i soldati. La popolazione sciita di Qatif si ribellò. Negli scontri morirono 12 persone e vennero saccheggiati banche e negozi. L’ayatollah Khomeini accusò pubblicamente gli Stati Uniti di essere i mandanti del blasfemo attacco alla Moschea. In Pakistan gruppi di fondamentalisti islamici attaccarono e bruciarono l’ambasciata americana, provocando 4 morti.

Il principe Nayef bin Abdulaziz chiese l’aiuto delle forze speciali francesi, che arrivarono in segreto, fecero un’immediata conversione all’Islam per poter entrare a La Mecca e per indebolire i ribelli usarono gas irritanti che provocano vomito e temporanea cecità. Poi soldati sauditi e pakistani entrarono e sconfissero i ribelli. Ci furono circa 1000 morti, per lo più fra i pellegrini rimasti intrappolati nella moschea assediata. La maggioranza dei ribelli catturati (nella foto in alto) vennero processati e condannati a morte. I ribelli sopravvissuti avrebbero ingrossato le file di al Qaeda negli anni successivi.

I Saud fecero il possibile per cancellare i segni e la memoria dell’assedio e dello scontro, perché non divenisse alimento di vendette e di altre ribellioni, e avviarono un processo per mettere in sicurezza la Grande Moschea e il proprio potere. I Sauditi svilupparono un sistema di intelligence e di repressione che da allora ha prevenuto altre ribellioni interne, spingendo gli scontenti e i ribelli a emigrare e alimentare il jihadismo negli altri paesi islamici. I Sauditi avviarono anche una grande opera di costruzione di moschee all’estero, concessione di aiuti ai paesi islamici poveri e sostegno agli imam wahabiti, per rinforzare la propria legittimità agli occhi del mondo islamico.

 

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Vorrei segnalare questo articolo pubblicato dalla BBC il 5/7/2017: "Saudi Arabia has 'clear link' to UK extremism, report says" http://www.bbc.com/news/uk-politics-40496778