Turchia, atteniamoci alla realtà dei fatti

13/04/2017

Erdogan è un personaggio dispotico che fa arrestare gli oppositori interni e non esita a bombardare i cittadini curdi quando si oppongono, ma il voto referendario della prossima domenica (16 aprile 2017) sarà una consultazione democratica, non l’imposizione violenta della volontà del despota. Il risultato sarà determinato dalla scelta dei cittadini turchi, per lo meno di quelli che si presenteranno al voto. Se i Turchi voteranno per dare maggiori poteri al Presidente, il Parlamento manterrà comunque il potere di destituirlo con una maggioranza di due terzi. L’opinione pubblica è divisa, i sondaggi dicono che l’esito è incerto, dunque che il confronto democratico è reale: non si tratta di un plebiscito formale, manovrato dall’altro, dal risultato scontato.

Un altro fatto incontestabile è che meno di un anno fa ci fu un tentativo di colpo di stato da parte dell’esercito, cui Erdogan reagì e ancora reagisce usando metodi di repressione eccezionali. Ma la repressione in sé non è l’inaspettata e irragionevole iniziativa di una personalità malata di protagonismo e assetata di potere assoluto.

Gestire il potere in Turchia è tutt’altro che facile. Il paese ha due anime e due territori diversi: la zona attorno a Istanbul (ex Costantinopoli) è l’erede di una grande storia culturale e politica e ha tradizioni cosmopolite, ampi commerci internazionali, invece la regione anatolica è povera, conservatrice, tradizionalista. Dal crollo dell’Impero Ottomano fino a metà degli anni ’90 il potere politico fu gestito dall’esercito. Anche l’attuale costituzione, che risale al 1982, fu approvata dopo un colpo di stato militare, sotto l’egida di militari. La nuova costituzione avviò riforme che diedero più potere, più possibilità di sviluppo, più risorse economiche alla parte anatolica della popolazione. Si sviluppò così una nuova classe di cittadini turchi, favorevoli al liberismo economico, ma conservatori nei ruoli famigliari e sociali, religiosi e culturalmente tradizionalisti. Questa nuova classe è diventata numerosa, economicamente dinamica e creativa, politicamente importante. Così il peso economico della Turchia nell’economia globale è cresciuto molto: i Turchi hanno il PIL più alto di tutto il Medio Oriente, stanno superando il PIL dell’Arabia Saudita. Si tratta inoltre di un PIL che poggia su una solida base di attività variegate, mentre quello dell’Arabia Saudita è un fragile castello costruito sul solo petrolio; il resto per ora è letteralmente sabbia, nonostante i recenti tentativi di sviluppare nuovi settori.

L’economia turca è quasi il doppio di quella iraniana, l’esercito e gli armamenti turchi sono ancora potenti, anche se necessitano di ammodernamento e riforme. La Turchia è oggi l’unico paese che può far da barriera sia all’espansionismo sciita (iraniano) sia alle guerre civili e religiose che travagliano il Medio Oriente − quel tipo di barriera che consiste in una resistenza e in una sorveglianza quotidiana, costante, capillare lungo i confini e sul proprio territorio, non la resistenza che consiste in mirabolanti azioni militari di breve durata, che non danno il controllo duraturo del territorio e lasciano sostanzialmente immutata la situazione.

Milioni di rifugiati siriani sono oggi in territorio turco, altri milioni sono trattenuti alla frontiera, controllati e alimentati tramite l’organizzazione della sicurezza e dei soccorsi internazionali gestita dai Turchi. Nel frattempo due tradizionali rivali strategici della Turchia, la Russia e l’Iran, interferiscono militarmente nella regione, in sostegno di fazioni che la Turchia considera ostili. Anche con queste potenze esterne la Turchia deve fare i conti in campo diplomatico e politico, tenendosi pronta a un possibile confronto militare.

I cittadini Turchi sanno di dover essere forti, sanno che non possono permettersi cedimenti e tentennamenti nei confronti di tanti oppositori e tanti pericoli alle frontiere, fin dentro casa. Può darsi che dicano sì al referendum, dando a Erdogan la possibilità di governare per altri 12 anni. O può darsi che dicano no a Erdogan, ma il prossimo governo turco sarà necessariamente forte, probabilmente autoritario, e il rafforzamento della Turchia nella regione continuerà con qualunque presidente, perché lo richiedono gli imperativi strategici e le condizioni geopolitiche del Paese, che non cambiano in base alla personalità di un uomo politico, ma sono realtà di fatto.

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