L’ISIS sfida la Cina per garantirsi un futuro

14/03/2017

Alla vigilia della sconfitta sul terreno in Iraq e in Siria, l’ISIS (o Daesh) cerca di acquisire nuova rilevanza e visibilità globale agganciando la propria ideologia e i propri interessi ad altre cause territoriali, ad altri conflitti secolari che coinvolgono i musulmani.

Il 28 febbraio 2017 la branca irachena di IS ha diffuso un lunghissimo video di minacce alla Cina per il suo dominio sugli Uiguri, in un mandarino (la lingua cinese) alto e forbito. Nel video si vedono schiere armate di adulti e di bambini, uccisioni dal vero di ostaggi, riprese di strade e postazioni di polizia nello Xinjiang, riprese del presidente Xi Jinping accompagnate da minacce, preghiere, sermoni, canti che inneggiano al martirio e all’ineluttabile sconfitta del nemico.

La Cina non ha nessun ruolo nelle guerre in Medio Oriente, né direttamente né indirettamente. Ma la popolazione mussulmana dello Xinjiang, appartenente all’etnia uigura, negli ultimi anni si è andata radicalizzando, compie attentati. Il governo ha risposto sia rinforzando l’apparato repressivo, sia sviluppando infrastrutture e attività produttive e commerciali su larga scala. Ha anche proibito funzioni religiose di massa.

Un video in mandarino che chiamava gli Uiguri alla guerra santa era già stato diffuso a fine 2015 da Al-Hayat Media Center, da cui esce tutta la propaganda di Daesh. Il nuovo video però non chiama gli Uiguri ad arruolarsi per combattere in Medio Oriente, ma minaccia direttamente il territorio cinese e il governo cinese, mira ad aprire un nuovo fronte di battaglia ideologica e territoriale. Perché? Perché l’ISIS ne guadagna in visibilità, in propaganda gratuita e indiretta che porterà un nuovo afflusso di combattenti volontari e manterrà viva la paura dell’ISIS, nonostante le sconfitte sul terreno.

La riposta del governo cinese è stata molto controllata: una breve e semplice dichiarazione dell’intenzione cinese di continuare a collaborare con la comunità internazionale contro i terroristi, in particolare contro coloro che sono andati in Siria e Iraq per combattere nelle milizie dell’IS. 

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