La guerra civile intra-islamica e il concetto di martirio

08/12/2016

Tutte le milizie jihadiste che seminano la morte nel mondo islamico (e non solo) hanno una cosa in comune: credono di aver il diritto-dovere di uccidere in nome dell’islam e che andranno direttamente in paradiso per l’eternità in quanto martiri, se moriranno uccidendo in nome dell’islam. Che la guerra in difesa della religione, chiamata “istishhad”, porti i suoi martiri (‘shaheed’) direttamente in paradiso è un concetto pienamente accettato in tutto il mondo islamico dall’inizio della storia dell’islam a oggi, anche nei paesi definiti ‘laici’ come la Turchia, ed è assurdo sostenere che il terrorismo jihadista non ha nulla a che fare con l’islam, come sostiene la censura ‘politically correct’ in Occidente.

Nell’attuale infuriare delle guerre settarie in Medio Oriente e in Nord Africa ogni gruppo jihadista uccide prevalentemente altri islamici considerati eretici. Ogni gruppo considera martiri i propri caduti e kuffar, ‘infedeli’, i caduti altrui. Perciò in occasione di un attacco suicida una parte considera martiri gli attentatori, l’altra parte considera martiri le vittime, ma entrambe le parti ragionano in termini di martirio nell’ambito di una guerra di religione, non vedono in termini diversi gli avvenimenti né riescono ad attribuire caratteristiche diverse alle guerre in corso, anche se chiunque non sia accecato dalla fede capisce che in realtà sono in gioco interessi economici e geopolitici.

Molti pensatori e politici islamici si rendono conto che urge ridefinire l’ambito in cui si applica il concetto di istishhad e di martirio. Chi riuscirà a convincere la maggioranza degli islamici della propria ridefinizione delle condizioni in cui morire uccidendo è martirio oppure non lo è, porrà fine alla guerra civile intra-islamica, conquistando un’egemonia culturale di lunga durata. Il generale al Sisi in Egitto ha chiesto ai giureconsulti dell’Università Al-Azhar di farlo, i giureconsulti del Marocco stanno discutendo intensamente sullo stesso argomento, mentre l’Iran e l’Arabia Saudita sostengono che le loro (divergenti o addirittura opposte) interpretazioni sono quelle corrette. L’Iran si considera leader spirituale e politico degli sciiti e l’Arabia Saudita si atteggia a leader spirituale e politico dei sunniti. 

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