Il potenziale dell’agricoltura africana

16/11/2016

L’Africa conosce ancora le carestie, perché non è stata quasi toccata dalla ‘rivoluzione verde’ che dagli anni ’60 in poi ha moltiplicato la resa per ettaro dell’agricoltura nel resto del mondo, grazie a migliori tecniche, migliori attrezzature e migliori sementi. Guerre, governi incapaci e scarsità d’acqua spesso portano ancora intere popolazioni alla fame nei paesi africani. Nel 2014 i paesi dell’Africa subsahariana hanno dovuto importare prodotti alimentari per un valore di 48,5 miliardi di dollari per far fronte alla carestia, e l’hanno fatto a debito, impoverendosi di più. Eppure l’Africa ha una grande abbondanza di pianure arabili che producono meno di un quarto di quanto dovrebbero, perciò ha un grande potenziale, che per realizzarsi ha bisogno di investimenti e di conoscenza, oltre che di buon governo.

L’agricoltura africana è ancora su scala familiare, su piccoli appezzamenti coltivati a mano. La transizione a una agricoltura su larga scala presenta molte difficoltà dal punto di vista sociale, perché comporta una forte riduzione della mano d’opera e l’impiego di macchinari su vasti appezzamenti.

Negli ultimi dieci anni però sono stati ceduti circa 47 milioni di ettari ad aziende che intendono investire in attrezzature e impianti per l’agricoltura intensiva. Soltanto una piccola parte di questi terreni ha già iniziato a produrre, soprattutto per le difficoltà di irrigazione, rese più aspre da carenze legislative e giudiziarie che non permettono di capire con certezza chi ha diritto a usare e trasportare l’acqua per irrigare le terre. Ci si aspetta tuttavia che gli investimenti quadruplicheranno nel prossimo decennio e che tutti i 47 milioni di ettari entreranno in produzione, dando un notevole contributo al miglioramento dell’economia dell’Africa subsahariana.

La maggior parte degli investimenti per la produzione agricola in Africa sono arrivati da paesi dell’Unione Europea fra il 2003 e il 2008, ma ora il capofila è la Cina, seguita da India, Arabia Saudita e Singapore. Gli investimenti cinesi non puntano alla produzione di cibo da vendere sul mercato locale, bensì alla produzione di gomma, zucchero e sisal da mandare in Cina. Il paese africano che più produce questi beni per il mercato cinese oggi è il Camerun.

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