La Banca Centrale del Giappone torna a una pratica antica ma rischiosa

15/10/2016

La Banca del Giappone ha annunciato il 21 settembre scorso che potrà acquistare quantità illimitate di titoli di stato giapponesi, garantendo credito illimitato allo stato, come succedeva negli anni prima della Guerra Mondiale e prima degli accordi di Bretton Woods. È un’opzione chiamata ‘fiscalismo monetario’, perché lo stato si sovvenziona non imponendo tasse, né chiedendo finanziamenti sul mercato, ma facendo stampare moneta alla Banca Centrale. Il risultato è sempre stato, prima o poi, una grande inflazione interna che impoverì grandemente le popolazioni, come sappiamo anche noi Italiani, che abbiamo abusato di questo sistema nella seconda metà degli anni ’70, quando iniziammo ad accumulare il nostro disastroso debito pubblico.

Il Giappone però vive una condizione del tutto anomala: l’economia interna non cresce quasi più dagli anni ’80, nonostante lo stimolo monetario sia stato continuo e abbondante; il mercato immobiliare non si è mai ripreso dallo scoppio della bolla immobiliare del 1991, i tassi di interesse sullo yen sono negativi da molti anni, cioè bisogna pagare le banche perché accettino di tenere gli yen in deposito; il debito pubblico è il 230% del PIL, il più alto del mondo, ma non c’è inflazione; i Giapponesi hanno molti risparmi e posseggono investimenti all’estero per un valore pari al 60% del PIL. È una situazione che il mondo non ha mai conosciuto prima, che non concorda con le previsioni formulate in base ai modelli economici prevalenti, ma che si sta creando anche in altri paesi sviluppati del mondo, innanzi tutto quelli dell’Eurozona. Osservare che cosa succede in Giappone serve dunque di lezione per noi e per gli economisti globali, che da un decennio hanno perso le certezze del passato.

 

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