Iran: nazionalismo economico e necessità di sviluppo

12/05/2016

L’Iran moderno è uno stato che vive di petrolio. Nel 2015 ben il 40% delle entrate dello stato iraniano sono state frutto del petrolio, benché la produzione sia ancora inferiore ai livelli precedenti la rivoluzione khomeinista del 1979. Oggi il dibattito politico in Iran è centrato sul ruolo che le aziende straniere potranno avere nello sviluppo e nello sfruttamento delle risorse petrolifere del paese e su come andranno divisi i proventi petroliferi fra le varie componenti della società.

Il 2 maggio è stato annunciato che la BP, cioè l’azienda che ha iniziato lo sviluppo delle risorse petrolifere dell’Iran più di un secolo fa, sta per riaprire un ufficio a Baghdad. La notizia ha fatto scalpore, perché la rivoluzione contro lo scià ebbe proprio come primo movente il rifiuto del ruolo della BP e delle altre aziende petrolifere straniere in Iran. Nel 1951 il governo iraniano di Mossadeq aveva nazionalizzato il petrolio. Inghilterra e USA operarono per il rovesciamento del governo di Mossadeq e per la sua morte. Lo scià riaprì le porte dell’Iran alle aziende straniere, ma i sentimenti nazionalisti e socialisti della popolazione continuarono a covare sotto la cenere e portarono alla rivoluzione del ’79, in cui socialcomunisti e tradizionalisti islamici si trovarono accomunati. Dopo la rivoluzione però gli Ayatollah ebbero il sopravvento e repressero duramente ogni dissenso, soprattutto quello dei social-comunisti all’interno.

Dopo la nazionalizzazione l’Iran, isolato politicamente ed economicamente, non ha adottato le nuove tecnologie di estrazione, ed è stato costretto a ridurre la produzione e l’esportazione di petrolio. Ora vuole attirare investimenti e tecnologie dall’estero per dare nuovo impulso al settore, ma non trova l’accordo politico interno per offrire ai potenziali partner stranieri condizioni sufficientemente allettanti. Non si parla di privatizzare i giacimenti, tanto meno di venderli agli stranieri, ma di dare ad aziende internazionali i diritti di sfruttamento per un periodo abbastanza lungo da recuperare l’investimento e portar a casa profitti. Su questo le varie fazioni e le diverse istituzioni iraniane non trovano un accordo, ma soprattutto non trovano l’accordo su come destinare i proventi del petrolio: sino ad ora sono andati fondamentalmente all’apparato politico-militare, in particolar modo alle Guardie della Rivoluzione, attraverso molteplici società ed enti da loro controllati. Ora i settori della società civile rivendicano, attraverso i politici cosiddetti ‘moderati’ che fanno capo a Rouhani, una più ampia ricaduta dei proventi del petrolio sulla società nel suo complesso, per migliorare le condizioni di vita del paese. C’è da aspettarsi una reviviscenza di radicalismo nazionalista da parte delle Guardie della Rivoluzione e dei loro sodali, che non vogliono perdere i grandi privilegi di cui godono, né vogliono veder diminuire il loro potere economico e politico.

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