Il Canale di Suez
e la corsa allo sviluppo dell’Egitto moderno

08/08/2015

Il raddoppio del Canale di Suez, recentemente ultimato in tempi record, serve per ora più al rilancio dell’immagine dell’Egitto che alla crescita del traffico e del PIL, perché ha soltanto eliminato le strettoie che rallentano il passaggio delle navi, non ha ampliato la profondità e l’ampiezza del Canale per permettere il passaggio delle grandi petroliere − le Very Large Crude Carriers, o VLCC, e le Ultra Large Crude Carriers o ULCC.  Queste continueranno a raggiungere le loro destinazioni nel mondo circumnavigando l’Africa o attraverso il Canale di Panama. L’aver ridotto il tempo di transito significa che è possibile aumentare la quantità di navi in transito ogni giorno − ma non è che già ci sia una lunga coda di attesa da soddisfare: occorrerà richiamare più traffico con varie politiche. 

L’allargamento è uno dei passi del progetto di sviluppo dell’area del Canale di Suez, mirato alla creazione di un milione di posti di lavoro in 15 anni attorno ai tre porti di Suez, Ismailia e Port Said. Le tre città verranno collegate fra di loro con sette tunnel, attualmente in costruzione. L’area diventerà una zona economica speciale, in cui attirare con agevolazioni fiscali e ottime strutture logistiche l’impianto di aziende manifatturiere appartenenti a gruppi multinazionali.

Il governo sperava che gli investimenti per lo sviluppo dell’area provenissero dall’estero, invece per ora sono tutti a carico dell’Egitto, che ha dovuto far ampio ricorso al debito. La storia si ripete. La storia del canale di Suez è esemplare delle difficoltà con cui il mondo musulmano affronta la modernità, ormai da due secoli.

 

Mehmet Alì e la prima modernizzazione forzata

Nel 1798 Napoleone sconfisse alle Piramidi i Mamelucchi, la milizia di origine circassa e georgiana che da secoli costituiva il nerbo della difesa dell’Impero Ottomano e che aveva finito col diventare classe dirigente, sostituendo a tutti gli effetti la dinastia regnante in Egitto. L’Egitto in poche settimane fu conquistato e invitato ad accogliere i princìpi del liberalismo illuminista francese. I princìpi non destarono molto interesse, ma l’organizzazione e la tecnologia degli Europei sì. Nel 1801 gli Inglesi tolsero l’Egitto ai Francesi e lo restituirono provvisoriamente agli Ottomani. Ma i Mamelucchi non vollero sottomettersi di nuovo al governatore turco, perciò il Sultano inviò contro di loro un’armata di Albanesi guidati da Mehmet Alì, giovane ambizioso brillante e senza scrupoli, che si propose di conquistare l’Egitto e di crearvi uno stato potente, con una burocrazia centralizzata, un esercito dotato di tecnologia europea e organizzato all’europea. Mehmet Alì fu il fondatore di una nuova dinastia di Khedive’ (vicerè), che si dedicò a tentare di modernizzare e render forte l’Egitto, copiando i modelli europei dall’esterno e con l’aiuto di varie potenze europee.

Ma non venne vista come parte essenziale del modello europeo di sviluppo l’educazione alla libertà e all’impresa, la creazione di istituzioni legate al rispetto dei diritti dei cittadini, la scolarità obbligatoria per tutti. Anzi, Mehmet Alì obbligò la popolazione egiziana a una forma di nuova schiavitù per coltivare intensamente il cotone, che divenne il prodotto più pregiato d’Egitto, e a sottoporsi a un durissimo e protratto servizio militare obbligatorio. Uccisi tutti i Mamelucchi e le loro famiglie con un atto che oggi definiremmo di pulizia etnica (erano circa un milione di persone), Mehmet Alì si impossessò delle loro proprietà, poi di quelle della vecchia classe degli esattori, poi di quelle del Waqf (i beni del clero islamico), finché l’intero territorio egiziano divenne proprietà esclusiva della sua famiglia, che si identificava con lo stato stesso. Quindi si dedicò alla costruzione di una solida base industriale. Aprì una raffineria di zucchero, un arsenale, miniere di rame, filande, tintorie e stamperie. Ma i fellahin mandati a lavorare nelle fabbriche non possedevano competenze tecniche, non sapevano adattarsi a una vita lontana dalle campagne, così le nuove imprese fallirono una dopo l’altra. Mehmet Alì costruì una burocrazia statale centralizzata di tipo europeo, ma dovette affidarsi a consulenti e dirigenti europei: per non cambiare l’educazione degli Egiziani, né sviluppare diritti e libertà all’interno, fu costretto a mettere la sua burocrazia in mano agli Europei. Suo figlio Muhammad Pasha Said, educato alla francese, adottò uno stile di vita occidentale, si contornò di Europei e rifondò l’esercito. Nel 1854 firmò la concessione per la progettazione e la costruzione del canale di Suez al console francese Lesseps, convinto che sarebbero fioccati investimenti da tutta Europa per la costruzione di questa grandiosa infrastruttura, che avrebbe cambiato la geopolitica della regione. Andò a finire che l’Egitto fornì non soltanto il terreno, ma anche tutti i fondi, la manodopera e i materiali, oltre a rinunciare gratuitamente alla sovranità su duecento miglia quadrate di territorio egiziano, e non ebbe in cambio neppure una partecipazione agli utili della società di gestione! Nel 1859 l’inaugurazione del Canale fu un grandioso evento globale, ma l’Egitto era alla bancarotta. 

Ancora oggi l’Egitto ha un tasso ufficiale di analfabetismo del 25%, ma molti di coloro che vengono considerati scolarizzati in realtà hanno soltanto imparato a leggere qualche brano del Corano nelle scuole religiose. Non è la conseguenza dello scarso sviluppo: è una delle cause fondamentali dello scarso sviluppo. 

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