Il tramonto
del regno di Putin?

17/02/2015

Alexander J. Motyl, scienziato politico e storico americano di origine russa, scrive su Foreign Affairs che il prolungamento della crisi ucraina rischia di essere la tomba del potere di Putin.

Il sistema che Putin ha creato dopo la presa del potere nel 1999 punta su due pilastri ideologici: il revival del Cristianesimo Ortodosso e un forte pan-slavismo antioccidentale, ma si regge su fragili fondamenta sociali ed economiche. Putin è rimasto al potere giostrando abilmente fra le varie fazioni e circondandosi soltanto di fedelissimi. Ma si tratta di un modello tutt’altro che meritocratico, in cui la fedeltà viene prima della professionalità, perciò rischia di cadere come un castello di carte.

Ora il crollo del prezzo del petrolio (leggi qui) rischia di dare il colpo di grazia all’economia di un paese che non è ancora davvero decollata dopo la fine dell’URSS: per rimettere a posto il bilancio Putin dovrà effettuare tagli che gli alieneranno la simpatia del popolo. La domanda è: dove tagliare? Il conflitto in Ucraina ha costi notevoli, ma una ritirata rischierebbe di apparire come una sconfitta.

Per 15 anni Putin ha goduto di fama grazie a importanti successi: la vittoria contro i ribelli ceceni, la riforma dell’esercito, la ricostruzione delle fatiscenti infrastrutture del paese, il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini russi e la capacità di tenere testa all’Occidente. Ma l’annessione della Crimea e il conflitto in Ucraina hanno rappresentato un punto di svolta: la guerra d’attrito oltre ad aver provocato numerosi morti ha provocato anche la reazione dell’UE e dell’Occidente. Le sanzioni hanno portato a una crisi economica e al crollo del rublo in Russia. L’opinione pubblica non è solidamente dalla parte del Presidente su questi argomenti. Putin si è infilato in un cul de sac: non può vincere definitivamente contro l’Ucraina sostenuta dall’Occidente, ma ritirandosi perderebbe la faccia.

Perciò sembra essere vicino il tramonto del regno di Putin. Se avverrà a causa di moti popolari – le manifestazioni contro il governo sono aumentate negli ultimi anni – o per mano di alcuni dei suoi stretti collaboratori fra i siloviki (membri dei servizi di sicurezza) preoccupati di perdere il potere, poco importa. Un colpo di palazzo sarebbe in linea con la tradizione russa moderna.

C’è anche un altro aspetto: i continui proclami di Putin a favore dell’autodeterminazione potrebbero risvegliare i nazionalismi sopiti in Russia – come quello dei Tatari in Crimea e nella regione del Volga – come avvenne nei primi anni ’90.

Per questo dobbiamo iniziare a chiederci: come sarà il mondo senza Putin? Chiunque avrà la presidenza della Russia dovrà innanzitutto risolvere la situazione attuale, perciò forse avrà un atteggiamento più conciliante verso l’Occidente. Ma è difficile fare previsioni precise, ed è difficile prevedere se la Russia si incamminerà su un sentiero democratico.

A noi occidentali ora tocca il compito di stabilizzare la situazione in Ucraina cercando di evitare un’escalation ed eventualmente offrire aiuto agli attuali paesi satelliti di Mosca – Kazakistan, Bielorussia, Ucraina in primis – perché non vengano inghiottiti nel gorgo quando il sistema russo crollerà. 

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