L'Argentina
potrebbe fallire

02/10/2014

29 settembre una corte federale americana ha condannato l’Argentina per ‘contempt of court’, disprezzo della corte, per aver cercato di rinegoziare e trasferire al di fuori della sovranità degli USA il debito insoluto scaduto nel 2001, per un ammontare di 132 miliardi di dollari. Allora l’Argentina aveva offerto un concordato, accettato soltanto da una parte dei creditori. 

I creditori che non accettarono il concordato, fra cui alcuni grossi hedge fund americani, fecero causa all’Argentina presso i tribunali americani, perché il debito era stato emesso negli Stati Uniti, perciò cadeva sotto la legislazione americana. È così per tutti: se si mettono in vendita titoli sul mercato di un certo paese, utilizzando le strutture e i regolamenti di quel paese, quel debito è regolato dalle norme di quel paese, anche se viene sottoscritto da risparmiatori di altri paesi del mondo, anche se il debitore appartiene a un paese terzo. 

Nella tabella a fianco si vede l’ammontare dei prestiti che l’Argentina ha in scadenza nei prossimi anni, sotto la giurisdizione di Stati Uniti, Inghilterra e Giappone. Si tratta di un totale di circa 27 miliardi e mezzo di dollari.

L’Argentina aveva offerto agli hedge fund di sostituire i vecchi titoli non pagati con altri titoli che scadranno in futuro, sottoposti alla giurisdizione argentina, non a quella americana. Gli hedge fund non hanno accettato ed hanno chiesto l’ulteriore intervento della giustizia americana, che ha considerato l’offerta argentina ‘disprezzo della corte’. Ora l’Argentina dovrebbe pagare tutto il vecchio debito scaduto. Non lo potrà fare, perciò lo stato argentino potrà essere dichiarato formalmente fallito. Questo chiuderebbe quasi tutte le possibilità di continuare a trovar prestiti sul mercato internazionale, e aprirebbe la via al sequestro di beni argentini all’estero, anche dei crediti a fronte di esportazioni. L’Argentina sta ora cercando un accordo diretto con gli Hedge fund, ma soltanto con loro, non anche con gli altri creditori. Gli altri creditori potrebbero non gradire e fare altre cause. 

L’Argentina ha un’inflazione del 40% annuo, la sua banca centrale ha pochissime riserve. L’economia del paese dipende dall’esportazione della produzione agricola, soprattutto di soia. Sempre nuove leggi vengono emanate per obbligare i produttori a vendere la produzione, anziché tenerla in serbo in attesa di poterla vendere a un prezzo migliore. Lo stato impone tasse sull’esportazione, inoltre guadagna sul tasso di cambio della valuta incassata, perché paga gli agricoltori in pesos argentini, non in valuta, a tassi di cambio stabiliti dallo stato stesso, non dal mercato. Ovviamente gli agricoltori argentini non gradiscono questa politica di rapina, puntano piedi e collaborano poco con il governo.

L’enorme debito pubblico argentino, che ha messo in ginocchio il paese, è stato alimentato dal continuo eccesso di spesa di governi populisti e clientelari che sono stati al potere per decenni, e dall’esclusione degli investitori internazionali dallo sviluppo delle risorse energetiche e minerarie del paese, in nome di una politica populista e nazionalista. Lo stato però non ha saputo investire nello sviluppo delle risorse, ma ha svolto una politica di rapina dei produttori per distribuire benefici a pioggia a burocrati e pensionati e ad altri settori improduttivi della società. 

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