Lo zampino dell’Iran
in Palestina

11/07/2014

Il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani nel West Bank, il lancio quotidiano di centinaia di razzi da Gaza su Israele, e i bombardamenti israeliani su Gaza per distruggere i depositi e le postazioni di lancio dei razzi, sembrano il ripetersi degli eventi di novembre 2012. Oggi come allora i razzi lanciati da Gaza sono di fabbricazione iraniana e siriana, inclusi i Khaibar-1, che hanno una gittata di 160 chilometri e possono raggiungere in meno di due minuti qualunque città in Israele. Oggi come allora, i razzi sono stati assemblati a Gaza utilizzando i componenti trasportati attraverso i tunnel sotterranei che dal Sinai portano a Gaza. Dall’Iran i componenti vengono inviati su nave in Sudan, dal Sudan contrabbandati via terra fino al Sinai. Dal fine 2012 a marzo 2014 gli Israeliani hanno intercettato cinque grandi carichi di razzi, alcuni su camion in Sudan, altri in mare, ripercorrendone l’iter e documentandolo dettagliatamente, grazie ai documenti trovati e alle testimonianze degli equipaggi (si vedano le mappe sotto). Ma oggi i rapporti fra Hamas e l’Iran non sono più quelli del 2012, né quelli del 2010. Vediamo come e perché sono cambiati, e che cosa questo significa per la sicurezza di Israele e della regione.

Hamas è ideologicamente una branca dei Fratelli Mussulmani egiziani, sunniti di religione e repubblicani in politica. Durante il governo di Mubarak in Egitto, politicamente ostile ai Fratelli Mussulmani nonostante la religione comune, Hamas ha sempre accettato finanziamenti e aiuti anche dai Sauditi, che sono sunniti ma politicamente ostili ai Fratelli Mussulmani, e dall’Iran sciita, la cui magnanimità nel fornire armi e addestramento militare per destabilizzare la regione è sempre stata apprezzata e sfruttata da fazioni e regimi sunniti in lotta con i propri vicini, ma non confinanti direttamente con l’Iran. L’Iran finanzia, arma e addestra milizie sunnite in Libano e Siria, oltre che a Gaza. I paesi sunniti che confinano direttamente con l’Iran, come l’Arabia Saudita, hanno invece il terrore dell’aggressività ideologica e militare iraniana, che alimenta l’insurrezione delle popolazioni sciite all’interno dei loro confini.

Quando la ‘primavera’ del 2011 portò al potere i Fratelli Musulmani in Egitto, Hamas si legò strettamente e trionfalmente all’Egitto, perciò l’Arabia Saudita ridusse gli aiuti, perdendo larga parte della propria influenza su Gaza, ma continuò a finanziare i gruppi salafiti, politicamente ostili a Hamas. Anche l’Iran perse gran parte dell’influenza che aveva su Hamas e reagì stringendo più stretti rapporti con il Palestinian Islamic Jihad, rivale di Hamas per la supremazia politica e militare, attivo a Gaza e presente anche nel West Bank. Il lancio di razzi da Gaza su Israele che diede origine alla guerra del 2012 iniziò da parte di militanti in possesso di razzi iraniani che forse non erano direttamente al comando di Hamas, ma subito Hamas gestì la guerra che ne seguì, per non perdere la guida della popolazione. Con il sostegno dell’Egitto, il cui nuovo governo sembrava avere il sostegno anche degli USA, Hamas si sentiva forte anche sul piano internazionale, anche nella guerra di propaganda. Infatti la stampa internazionale si schierò più o meno apertamente contro Israele, che pur essendo il paese aggredito venne presentato come aggressore, perché militarmente più forte.

Da allora le forniture di razzi dall’Iran a Gaza sono continuate, ma sono finite sempre più in mano all’Islamic Jihad. Hamas ha poi subito un duro colpo politico militare ed economico con la caduta del governo dei Fratelli Musulmani in Egitto. Il nuovo governo militare di al Sisi ha subito distrutto gran parte dei tunnel attraverso cui passavano ogni giorno decine di camion di rifornimenti e di armi, intensificando la sorveglianza sul Sinai. Hamas a Gaza è di nuovo isolata, non potendo più contare sul sostegno attivo dell’Egitto.

Questo grave indebolimento ha spinto Hamas a cercare la riconciliazione con Fatah, la fazione maggioritaria nel West Bank, sotto la guida del presidente Abu Mazen, con il quale i rapporti erano stati troncati da sette anni. Il 2 giugno scorso si è formalmente insediato un nuovo governo di unità nazionale sul West Bank e su Gaza, con la partecipazione congiunta di Hamas e Fatah. Un mese dopo venivano rapiti e uccisi i tre ragazzi ebrei vicino a Hebron, con un’operazione pasticciata, probabilmente organizzata ed eseguita da persone inesperte, che ha infuocato gli animi. Subito dopo sono iniziati i lanci di razzi su Israele da Gaza, e Hamas ha avvisato che, se ci fosse stata una reazione israeliana, sarebbe iniziata la terza intifada, la terza ribellione generale nel West Bank − cosa che non è avvenuta e probabilmente non avverrà. Israele ha reagito bombardando le postazioni di lancio a Gaza, ma mostra una certa attenzione a non danneggiare Hamas fino al punto di toglierle il controllo di Gaza.

Secondo la maggioranza degli analisti, è stata la Jihad Islamica a lanciare l’offensiva, su istigazione dell’Iran, per cercare di togliere ad Hamas l’egemonia su Gaza e far fallire la riconciliazione con Fatah. In questo momento né Hamas né Fatah avrebbero voluto una guerra con Israele, ma ora che ci si trovano in mezzo non possono non sostenerla, perché perderebbero di credibilità di fronte alla loro popolazioni e finirebbero per perdere il potere. L’Iran è riuscito ad attizzare il fuoco in un angolo della regione sunnita, distogliendo l’attenzione dei media globali da ciò che avviene in Siria e in Iraq, rafforzando la credibilità di quelle milizie arabe sunnite che sono armate dall’Iran e alleate dell’Iran, a scapito dei ribelli sunniti e iracheni che invece combattono contro al Assad in Siria e contro gli Sciiti in Iraq, i quali in parte sono sostenuti dai Sauditi, in parte sono ‘scappati di mano’ ai loro sostenitori internazionali e combattono auto-finanziandosi con il bottino, come lo Stato Islamico in Iraq e in Siria.

In questo contesto l’insistenza del governo israeliano a ritenere responsabile Hamas, ma senza bombardamenti mirati ad annientare il comando e le strutture di Hamas a Gaza, pare l’invito ad Hamas ad assumersi la responsabilità di porre fine al lancio di razzi e riprendere il controllo della situazione, più che la minaccia di distruggere Hamas. 

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