Le costanti della strategia russa

25/07/2013

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Liberamente tratto da un saggio di George Friedman.

La storia dell’impero russo falsifica l’opinione comune secondo la quale per avere potere politico e militare occorre un’economia forte: pur non essendo mai stato prospero, l’impero russo è stato sempre una potenza di primo piano. I Russi hanno sconfitto Napoleone e Hitler e hanno tenuto testa agli Americani − di gran lunga più ricchi − per più di quarant’anni. La debolezza economica ha talvolta minato la sua potenza militare, ma il rapporto tra potenza economica e militare non è semplice e diretto come si crede. 

Economia e sicurezza

Molti sono i motivi delle disfunzioni dell’economia russa, primo fra tutti il rapporto fra la geografia del territorio e le vie di trasporto. Russia e Ucraina dispongono dei migliori terreni agricoli al mondo, paragonabili a quelli del Midwest americanoma con grande differenza  nella possibilità di portare i raccolti alle zone periferiche del paese. Gli Stati Uniti possono contare sul sistema fluviale formato da Mississippi, Missouri e Ohio, invece i fiumi russi non formano un sistema di trasporto integrato in tutte le direzioni: l’integrazione è sull’asse nord-sud,  ma non sull’asse est ovest  (vedere mappe a lato).

La scarsa integrazione economica, e in particolare le difficoltà di distribuzione dei prodotti agricoli alla periferia, ha limitato drasticamente la prosperità tanto dell’impero russo quanto dell’Unione Sovietica. Il relativo sottosviluppo rendeva impossibile all’economia delle regioni periferiche dell’impero il competere con successo con l’Europa centrale. Pertanto le parti costitutive dell’Impero zarista – o dell’Unione sovietica -  avevano interesse economico nel restare unite.

Se l’economia ha sempre rappresentato uno dei maggiori fattori di coesione, un ruolo altrettanto rilevante è stato giocato dall’apparato militare e di sicurezza. Quest’ultimo è stato fondamentale per tenere in piedi sia l’Impero che l’Unione. Qualunque tentativo di indipendenza è stato sistematicamente represso dalle forze di sicurezza interne, capaci di intercettare e stroncare sul nascere qualsiasi forma di opposizione. In sintesi: l’esercito ha creato l’impero, gli interessi economici ne sono stati la forza coesiva informale e l’apparato di sicurezza la forza coercitiva che l’ha tenuto unito.

Perché l’Impero e l’Unione sopravvivessero, erano necessarie relazioni economiche asimmetriche, con alcune regioni perennemente in condizione di svantaggio rispetto ad altre.  Questo succede soltanto se lo stato centrale rimane costantemente più potente delle periferie.  L’apparato di sicurezza è sempre stato al servizio di questo obbiettivo.  Quando ha fallito − come è accaduto alla fine della prima guerra mondiale o nel 1989-1991 − il regime non è riuscito a sopravvivere.

 

Il collasso sovietico

Gli anni ’90 furono catastrofici per l’Unione Sovietica: il crollo dello stato e dell’apparato di sicurezza portò al caos e le privatizzazioni si trasformarono in furti organizzati. Non sorprende che la parte più sofisticata e organizzata dell’apparato sovietico - il KGB – abbia avuto un ruolo importante nella “cleptocrazia” di quegli anni e abbia conservato la sua identità istituzionale. Col passare del tempo, ha potuto riaffermare il controllo informale sull’economia, fino a raggiungere il grande risultato di vedere uno dei suoi rappresentanti, Vladimir Putin, diventare capo dello stato.

Putin ha riaffermato tre principi: il sistema di sicurezza è il cuore dello stato, Mosca è il cuore della Russia e la Russia è il cuore dell’ex Unione Sovietica. Il potere di controllo sull’apparato statale da parte del KGB, ribattezzato FSB e SVR,  dapprima informale, è lentamente diventato sistematico, man mano che Putin metteva le mani sul settore industriale e sui governi regionali. E la Russia è tornata ad essere prima inter pares fra i paesi dell’ex Unione Sovietica.

Putin è salito al potere sulla scia della guerra del Kosovo. La Russia non voleva che l’Occidente si schierasse contro la Serbia, ma venne ignorata, e questo segno di ininfluenza umiliò definitivamente il presidente Eltsin. Fu poi la “rivoluzione arancione” in Ucraina a convincere Putin che gli Stati Uniti tentavano di accerchiare la Russia attraverso l’istituzione di governi filo-occidentali, desiderosi di aderire alla NATO. Putin decise di agire. Il primo passo fu mettere in chiaro che la Russia aveva recuperato buona parte della sua potenza ed era disposta ad usarla; il secondo dimostrare che la protezione americana non aveva valore. La guerra russo-georgiana del 2008  servì a mostrare entrambe le cose: i Russi attaccarono la Georgia e gli Americani, impantanati in Iraq e in Afghanistan, non reagirono. La lezione non era indirizzata solo alla Georgia, ma anche agli altri paesi dell’ex Unione Sovietica, per mostrare loro che la Russia sarebbe ancora stata il cuore dell’Eurasia. Non a caso uno dei più recenti progetti di Putin è l’Unione Euro-asiatica, che raggrupperà Russia, Kazakhstan e Bielorussia, ovvero gran parte dell’ex Unione Sovietica.

 

Ricostruire l’Unione

Per la Russia ricostituire l’Unione è una vera e propria necessità strategica. La Russia ha bisogno di integrazione economica con gli stati alla sua periferia, tanto più che la sua politica economica si basa sull’esportazione di materie prime, innanzitutto energetiche. Il punto focale della strategia russa è creare un sistema di relazioni all’interno dell’ex Unione Sovietica in grado di assicurare una comune linea economica ed una certa profondità strategica, ma senza coinvolgere la Russia nelle politiche interne degli altri paesi. L’intento di Putin è trarre vantaggio da relazioni reciproche senza che questo implichi l’assunzione di responsabilità per altre nazioni.

Le guerre statunitensi in Iraq e in Afghanistan sono state manna dal cielo per la strategia di Putin.  Prima dell’11 settembre gli Stati Uniti favorivano attivamente l’indipendenza e l’integrazione in occidente degli stati dell’ex Unione Sovietica, ma dopo il 2001 si concentrarono sulla guerra al terrorismo, dando alla Russia la possibilità di stabilizzarsi e di rafforzare la propria influenza nella regione. La Russia non ha dunque alcun interesse che questi conflitti finiscano, anzi, cerca di alimentare l’ossessione degli Stati Uniti per l’Iran, per distrarre l’attenzione americana dai paesi dell’ex Unione sovietica.

La crisi finanziaria in Europa è altrettanto vantaggiosa per la Russia. I malumori tra Germania e Unione Europea non sono ancora sfociati in una rottura, tuttavia la Germania ricerca partner economici alternativi. Inoltre, in un momento in cui l’Europa vive estreme tensioni, la Germania non vorrà certo farsi coinvolgere in un eventuale tentativo americano di ridisegnare la sfera d’influenza russa.

Per la Russia il principale obiettivo strategico consiste dunque nel dominare l’ex Unione Sovietica senza diventarne la protettrice. Quattro sono i fronti principali. Il primo è l’Ucraina, elemento cruciale, oggetto di un lungo e complesso gioco politico-economico. Il secondo è l’Asia Centrale, dove la Russia sta sistematicamente affermando la sua forza. Il terzo è nei paesi baltici, dove non ha ancora fatto una vera e propria mossa. Infine c’è il conflitto nel Caucaso settentrionale, che potrebbe aprire la strada per estendere l’egemonia russa a sud.  

La politica estera della Russia è costruita per guadagnare tempo, continuare a distrarre gli Stati Uniti tenendoli occupati in Medio Oriente, rassicurare l’Europa attirando la Germania in un rapporto di reciproca convenienza economica.

La Russia ha fatto molta strada nell’ultimo decennio. Le forze di sicurezza sono di nuovo il cuore dello stato, Mosca domina la Russia e quest’ultima si sta muovendo per controllare l’ex Unione Sovietica. Il suo principale avversario, gli Stati Uniti, è distratto e l’Europa è debole e divisa.

Certo, la Russia è economicamente disfunzionale, ma lo è stata per secoli e questo non le ha impedito di essere una grande potenza.

 

A cura di Valentina Viglione

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