L'Islanda
cerca un salvatore

03/03/2010

Il 26 febbraio 2010 l’Islanda ha chiesto aiuto agli Stati Uniti per risolvere una disputa sul pagamento di oltre 5 miliardi di dollari all’Olanda e alla Gran Bretagna, a fronte dell’insolvenza di Icesave, società finanziaria della Landsbanki islandese.   La crisi finanziaria ha avuto effetti devastanti sull’Islanda: per il malcontento generale il governo è stato costretto a dimettersi nel gennaio del 2009 e subito dopo Reykjavik, per inserirsi in un quadro più stabile, ha fatto richiesta d’ingresso nell’Unione Europea – decisione fino a quel momento  non gradita, per dispute irrisolte sui diritti di pesca.   Per avere accesso all’UE però l’Islanda deve prima saldare i debiti delle banche islandesi con le banche olandesi e britanniche – come richiesto dalla Commissione. Tuttavia il presidente islandese Olafur Ragnar Grimsson si è rifiutato di farlo e ha  indetto un referendum sulla questione per il sei marzo prossimo. Se l’elettorato islandese voterà contro la restituzione del debito – il che è molto probabile - Olanda e Gran Bretagna bloccheranno certamente l’ingresso dell’Islanda nell’UE.   Anche gli altri paesi nordici – Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia - che hanno erogato un prestito di 2,5 miliardi di dollari all’Islanda attraverso l’FMI, non presteranno più denaro a Reykjavik a meno che non risolva la disputa con Olanda e Gran Bretagna. Le agenzie di rating hanno dichiarato che declasseranno l’Islanda se i cittadini si esprimeranno contro la restituzione del debito.   Reykjavik potrebbe ricorrere alla tattica utilizzata già all’indomani dello scoppio della crisi, quando si rivolse alla Russia per ottenere un prestito di quattro miliardi di euro. Allora gli Europei, fino a quel momento poco desiderosi di aiutare l’Islanda, decisero comunque di aiutarla per evitare che finisse nelle mani di Mosca.   D’altronde l’Islanda non ha  molto da offrire all’UE. Per la sua posizione geografica fu importante pere gli Stati Uniti, per poter sorvegliare i sottomarini nucleari sovietici che partivano da Murmansk, nella penisola di Kola.  Attualmente il ruolo strategico dell’Islanda è venuto meno -  è soltanto più un piccolissimo paese privo di risorse naturali ad eccezione dell’energia geotermica - per ora impossibile da esportare. Perciò soltanto minacciando di entrare nella sfera d’influenza russa l’Islanda può convincere l’UE a correre in suo soccorso.   Questo potrebbe sembrare strano, dato che l’Islanda appartiene alla NATO ed è profondamente legata alla cultura ed alle tradizioni scandinave Non sarebbe però la prima volta che l’Islanda  ricorre a questa tattica. Durante la disputa del 1975-76 con la Gran Bretagna sui diritti di pesca nell’Atlantico settentrionale, Londra impose un embargo sulle esportazioni di pesce islandese,  stritolando l’economia del paese, fino a quando l’Unione Sovietica dichiarò di essere pronta ad aprire il mercato alle importazioni di pesce islandesi. A quell’epoca inoltre l’Islanda si rivolse agli Stati Uniti per comprare dei vascelli con cui contrastare la marina britannica, e quando Washington li rifiutò li chiese all’URSS.   Reykjavik potrebbe di nuovo rivolgersi alla Russia, che sarebbe lieta di poter mostrare ai suoi confinanti quanto la NATO è debole e divisa.   A cura di Davide Meinero

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