Terroristi
né criminali, né soldati

31/07/2009

Nel numero di luglio-agosto 2009 della Military Review Amitai Etzioni pubblica un saggio sulla necessità che la comunità internazionale affronti la questione dello status legale dei combattenti irregolari che usano tattiche terroristiche, nascondendosi fra i civili, per combattere guerre  asimmetriche non statali di varia natura.  
L’autore argomenta che  costoro non si possono considerare militari, essere fatti prigionieri e trattenuti fino alla fine della guerra per poi essere rimpatriati (come si fa con i militari nemici),   perché non sono militari, perché combattono insurrezioni o guerriglie di cui non c’è né inizio né fine formale, e perché non combattono per uno stato specifico cui possano essere ‘restituiti’.
 
L’Autore argomenta poi che i sospettati di terrorismo non possono essere considerati criminali  soggetti alla legislazione civile, per vari motivi il più importante dei quali è che i criminali sono tali  soltanto dopo aver commesso un atto criminale, ma in una guerra, specialmente se asimmetrica, l’obbiettivo principale è PREVENIRE gli attacchi, fermare i terroristi prima che possano compiere attentati.
 
Identificare i terroristi che si nascondo fra i civili è molto difficile, spesso impossibile. Ma non si può neppure stare ad aspettare che si rivelino facendosi catturare durante un attentato. Occorre trovare nuove procedure e sistemi codificati e accettati dalla comunità internazionale per agire nei confronti di sospetti terroristi che si nascondono fra la popolazione civile, con il minimo di danno possibile ai civili.
 
L’autore avanza alcune proposte, che non esauriscono l’analisi e non risolvono il problema, ma costituiscono un passo avanti nel processo di ricerca di nuove regole:
 
1 -  delimitare  e dichiarare le  ‘zone di operazione’ in cui si applicherà la speciale legislazione anti-terrorismo;
2 -  avvisare chiaramente la popolazione, perché i civili sappiano in quali rischi incorrono se non si allontanano chiaramente dai terroristi che si nascondo in mezzo a loro;
3 -  garantire a chi viene imprigionato per sospetto terrorismo i diritti umani di base (non saranno uccisi, non saranno torturati, non saranno imprigionati per sempre),  ma sospendere il diritto alla libertà personale. Sottoporre periodicamente (almeno una volta l’anno) lo status dei detenuti ad una  revisione, per valutare se rimetterli in libertà, se può essere ancora un rischio oppure no;
4 -   creare corti speciali, né militari né civili, per valutare periodicamente i rischi alla sicurezza  posti da questi prigionieri;
5  -  applicare la legislazione speciale anti-terrorismo non ai  propri cittadini, che verrebbero  giudicati in base alle leggi già esistenti dai tribunali (civili o militari) esistenti, ma agli stranieri.

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